|
Diario
6 febbraio 2010
Ideuzze in cerca di autore

Escher, Mani che
disegnano
* * *
In soccorso di tutta la
marmaglia che sa come accozzare due parole ma non ha idee decenti o passabili,
verranno pubblicati qui di seguito alcuni scarti narrativi di origine lamellare,
lacerti. È chiaro che il senso – l’unico possibile – dell’esperimento, risiede
nell’incrollabile certezza di chi ha partorito tali ideuzze minori che, pur di
fronte a spunti che per un lamellare sono di seconda scelta, ma che per
chiunque altro sarebbero di prima, primissima, ebbene pur di fronte a tanta
grazia di dio l’insulsaggine e la pochezza dei numerevoli maneggioni di parole
che affollano le nostre strade irrancidendole non riuscirà ad andare oltre un
inevitabile e pur stitico stupore. L’esperimento, dunque, in ultima battuta, ha
lo scopo di ribadire la necessità, oggi più che mai, dell’elitarietà della
scrittura, e quello non secondo di fortemente scoraggiare chiunque si accinga,
penna in mano, a vergare un foglio bianco con intenzioni pseudoletterarie e
pseudocreative.
* *
*
Un romanzo. Due gemelli. Maschio
e femmina. Un rapporto incestuoso. Uno è vecchio e ricorda. L’altra è morta da
tempo. Il vecchio sdipana la storia. I due hanno, da un certo punto in poi, una
vita loro, separata. Ma, come capita tra gemelli, v’è un legame più forte di
qualunque distanza, a unirli. I due erano entrambi bellissimi, ma il maschio
aveva una bellezza femminile, e la femmina maschile. Il maschio, da piccolo,
veniva scambiato per una bambina. A dominare nel rapporto era sempre stata la
femmina: suo era stato l’impulso iniziale. La femmina è una donna vampiro,
mentre il maschio è il suo succubo. Morta la femmina, il maschio è un uomo
finito, la sua bellezza sfiorisce e passa il resto della vita rinchiuso in una
casa. Fino all’approssimarsi della morte, quando decide di ricordare.
Nel romanzo deve regnare
un’ambiguità di fondo, per la quale non si sa bene né se la storia sia reale,
né se la sorella sia mai esistita, o non sia piuttosto una invenzione del
maschio che ricordando scrive, figurandosi una storia, o che tutta la storia
non sia una specie di appagamento narcisistico del narratore che sdoppia se
stesso anche sessualmente: un Onan gigantesco.
Un mare di descrizioni
particolareggiate delle scene sessuali tra i due: come due amanti perversi, la
scoperta della sessualità fino a vette impensabili (e questo fin dall’età
preadolescenziale).
Gelosia l’uno per l’altro, ma è
sempre la femmina a vincere, a mostrarne meno. Deve emergere con chiarezza
abbacinante che la femmina è una dominatrice. Voracità sessuale della femmina,
alla quale non basta il fratello, ma che, a tutti gli altri, diversamente che
col fratello, impone una passività sessuale esasperante, che porta molti dei
suoi amanti alla disperazione (è una che fa innamorare cani e porci, chi vuole
lei), mentre il fratello, incapace di ogni rapporto sociale che non sia con la
sorella, ne soffre terribilmente, fino allo spasmo.
Pensare a una tecnica narrativa
per cui solo alla fine si scopre che la storia è stata scritta e narrata dal
maschio, l’unico sopravvissuto dei due.
Trovare una morte per la femmina
che sia adeguata all’inquietudine che la storia intende trasmettere. O magari
lasciare la questione in sospeso.
La femmina è il vero personaggio
del romanzo, quello più complesso, quello decisivo. Il maschio è una pura
controfigura, uno zimbello, un melanconico ormai frustrato dall’assenza, il cui
ultimo atto in questa vita è il ricordo disperante. Il maschio è destinato
all’isolamento.
* *
*
Racconto di uno che vede un negro
che vaga per alcuni luoghi, che bighellona, che dorme, che s’ubriaca. Il negro
è una figura inquietante, tanto più perché sembra non provare freddo durante un
inverno particolarmente rigido. Come può uno i cui avi erano antichi abitatori
di lande assolate, non provare freddo, o mostrare, senza troppo concedere allo
smascheramento di se stesso, di non provarlo? Narratore in prima persona. Il
personaggio-narratore si imbatte nel negro più e più volte, col negro che lo
squadra in maniera ora divertita ora seria ora attonita. Il negro usa prendere
il sole su una panchina o sostare su una sedia di un bar a bere birra comprata
al supermercato per un tempo indefinito. Chi è il negro? Cosa vuole? Con che
vive? Chi lo mantiene? Con quali soldi compra quello che gli serve per
sostentarsi, e in particolare i beveraggi alcolici? Che fa durante la notte?
Lavora? Sono solo alcune delle domande che affliggono il narratore, ad alcune
delle quali riuscirà a rispondere.
Il negro si scoprirà essere una
visione ossessiva del narratore, la cui coscienza egli pagherà a caro prezzo.
* *
*
Racconto di una madre e di un
figlio. La madre è povera, ma fa mille sacrifici per il figlio, il quale è
altezzoso oltre misura. La madre crede il figlio un genio inarrivabile, un dio
di una qualche disciplina nella quale è possibile trionfare. Ma sbaglia, e
sonoramente. Il figlio, lungi dal riporre in sé le speranze della madre, è solo
uno sbruffoncello panciuto già a dodici anni e paffutello, dalle mani grassocce
e mangione. La madre, di contro, è secca e minuta, e il figlio rischia, letteralmente,
di mangiarsela, di divorarsela. Le mani della madre sono tozze, piccole, le
unghie smangiucchiate si conformano alla bruttezza delle mani. Il figlio la
madre lo ha avuto da un rapporto violento con un uomo che non sa, che non
ricorda: il figlio non ha un padre. Le mani del figlio, però, diversamente da
quelle della madre, sono, benché grassocce, allungate e con unghie ben tornite
e ben fatte: questo la madre lo ritiene un segno del destino. Il figlio per lei
è un genio. Il povero bambino, investito di una pretesa superiorità e genialità
a causa dell’illusione materna, crescerà facendosene scudo, e diventando il
contrario della madre: dissipatore oltremisura, grasso, amante delle bassezze.
La madre è una che vive di spirito, una devota di un qualche santo protettore
(è russa). Il racconto deve essere breve, il più breve possibile per quanto lo
permetta la storia, e deve emergere la differenza, anche fisiognomica, dei due
personaggi, peraltro paradossale: il figlio appena nato e ancora infante e mammolo
sembrerà una goccia d’acqua colla madre; crescendo, l’inevitabile divergenza.
* *
*
Uno racconta dell’ischeletrimento
di una bicicletta lucchettata a un palo della luce attraverso le varie fasi,
durate mesi, dell’asporto delle sue varie componenti da parte di ignoti
beneficiari (dal sellino ai copertoni ai cerchioni alla catena al cambio al
manubrio: rimane solo il telaio rugginoso e il lucchetto gigantesco con annessa
catena). La bicicletta, letteralmente disossata, sarà presa dal narratore melanconico
come una metafora di un qualche suo sturbo esistenziale, mentre sul conto del
proprietario della bicicletta, del perché sono mesi che nessuno la slucchetta e
se la riprende legittimamente, poco o nulla sarà detto (se non che il
proprietario, probabilmente, è morto di chissà quale morte accidentale, e
nessuno degli eredi – vuoi per ignoranza del fatto, vuoi per pigrizia, vuoi per
casualità – ha rivendicato il mezzo a due ruote). Il narratore-osservatore
matura le sue riflessioni sul conto del biciclo durante la sua solita trottata
mattiniera quando, per andare a lavoro, passa per il marciapiede dove c’è il
palo della luce al quale è lucchettato il mezzo.
* *
*
Un fotidor di libri di
biblioteca, per contrappasso, comincerà a lavorare in una biblioteca, una di
quelle che ai bei tempi ripuliva a più non posso. Il fotidor, che è
anche il narratore della storia, attribuirà il suo ironico destino alle severe
misure che le biblioteche hanno preso contro i taccheggiatori come lui: quelle
di dotarsi, tutte, di sistemi di videosorveglianza e antitaccheggio. Il
narratore-fotidor ricorderà con estrema burbanza i tempi in cui fotteva,
e rammenterà nel dettaglio i suoi sistemi, le sue tecniche, i suoi mezzi (“la
sacca”). Nel racconto, la vetta sarà toccata nel momento in cui, inalberandosi,
il fotidor urlerà in faccia al mondo intiero che è proprio a causa sua,
e alle sue scorribande vincenti, se le biblioteche sono state costrette a
ricorrere alla costosa tecnologia: lui, e solo lui, l’aveva messe in ginocchio.
Per contrappasso, però, l’ex fotidor
è nel frattempo diventato un cane mastino per conto delle biblioteche, un
novello Vautrin: così come il
criminale redento è in grado di stanare i criminali rimasti sulla breccia, di
anticiparne le mosse, perché come loro è in grado di ragionare, e dunque può
prevederli e prenderli colle pive nel sacco, così farà il nostro con quei
ribaldi malandrini che hanno il vizio, chissà se per cleptomania o
semplicemente divertimento, di intascare i libri delle biblioteche. Il ladro si
fa cane da guardia dei peggiori. La storia avrà anche la sua forte componente
sentimentale e il suo tasso erotico, pel fatto che il nostro mastino, pur
sempre giovincello, intratterrà rapporti prima equivoci poi amorosi con una
bibliotecaria quarantenne ammogliata e madre di famiglia, dallo sguardo patente
ma fascinoso, che il mastino scoperà, durante l’orario di chiusura, financo tra
gli scaffali della biblioteque: e, durante l’atto sessuale liberatorio, il
nostro collegherà con scatto febbrile della mente l’ormai lontano fottimento
librario a quel nuovo fottimento, e capirà che quello che sta facendo ora è ciò
cui era, inevitabilmente, destinato.
Lo scritto sarò articolato sotto
forma di memorie, e potrà intitolarsi “Memorie di un fotidor”.
| inviato da lalama4 il 6/2/2010 alle 16:9 | |
29 gennaio 2010
L'informale
Emilio Vedova scontro di situazioni 1960
,
riempiremo la tela di Mondrian, anche se dovremmo
metterci le nostre sofferenze.
Constant
Avrei giustamente potuto scrivere di J. P. Sartre da tutti riconosciuto il fondatore dell'esistenzialismo moderno e il padre dell'estetica informale, e con tale esordio iniziare anche il mio scritto. Oppure di Marleau Ponty grazie al quale labirintici problemi riguardanti la rappresentazione e l'immagine si sono chiariti. O, ancora, avrei potuto esordire con “Le lezioni di estetica” di Hegel, senza trovare difficoltà alcuna nell'additargli grandissimi meriti per il suo contributo apportato all'estetica contemporanea. E invece F. Nietzsche! Ma lasciamo per il momento la questione, visto che è di informale come poetica che vogliamo parlare e non di Nietzsche filosofo. Lasceremo, dunque, quando sarà il momento, alla materia del discorso il compito di tirare in ballo il nostro pensatore. Innanzitutto l'informale come poetica riguarda un fenomeno molto esteso che investe tutto l'occidente e non solo. Di informale, inoltre, si è parlato in modo così variopinto da affrescare pagine e pagine di libri e di riviste senza tuttavia riuscire ad esaurire e inquadrare il movimento in una definizione-manifesto- universalmente riconosciuta. Tutta la colpa è imputabile ai critici o c'è qualcosa d'altro che va esplicitato? Nessuna colpa e nessun demerito stavolta. In verità, il fenomeno artistico che va sotto il nome di informale, per la sua multiforme direzione che assume nel corso del tempo, sfugge ad una definizione esaustiva. L'informale più che un movimento ben definito è piuttosto manifestazione di un atteggiamento, di una temperie spirituale, attorno alla quale artisti di varie nazionalità si sono coagulati: sviluppando, inoltre, stili e poetiche diverse in quanto ad originalità creativa. Sarebbe un errore e un tentativo effimero pretendere a tutti i costi di definire gli spazi artistici e le modalità attraverso le quali si è manifestato tale fenomeno. Piuttosto interessante, invece, è sondarne la portata e riuscire attraverso un approccio filosofico a esplicitane, anche se parzialmente, le caratteristiche peculiari. Dunque, per la prima volta, con l'informale, in arte, si assiste a quel fenomeno di globalizzazione che investe di lì a poco tutto il continente. In Francia, come in tutta l'Europa artisticamente produttiva, attorno alla metà degli anni quaranta, si verifica la nascita di quel movimento chiamato, appunto, Informel, che avrà risvolti e assumerà direzioni multiformi e centrifughe. Artisti dello spessore di Fautrieu, Dubuffet, Hartung e Mattieu daranno vita e inaugureranno tale percorso artistico. Come ha sottolineato il critico Franz Meyer però il movimento informale può essere diviso in due categorie, quella della macchia materica o quella del segno e del gesto perentorio. Fautrieu e Dubuffet rientrano pienamente in quella della macchia materica e Hartung e Mattieau in quella del segno. Informale, inoltre, non sta a significare informe, dal momento che non si dà e non si può concepire un opera priva di forma. Informale, piuttosto significa, in questi artisti, e, nelle rispettive opere, preformale. Opere che si allontanano dal composto strutturato e ben definito, ma che grazie a la messa a fuoco dell'aspetto materiale e gestuale superano le barriere della forma come struttura. La materia, da questi artisti, viene fatta esplodere dal di dentro in modo quasi totalmente impulsivo e istintivo. Proprio per queste sue caratteristiche peculiari e per queste sue novità il critico-pittore Tapìe ha coniato il termine arte “altra”. Altra nel senso che nessun movimento artistico precedente riesce ad avvicinarsi per caratteristiche formali a questo tipo di opere. Qui l'artista si riappropria della vita nel suo divenire, facendo del processo artistico il momento fondante del suo operare. La materia nell'informale, dunque, venendo alla superficie in modo spontaneo, si fa carne e spirito, vita che nasce e muore sottoposta a quella legge inevitabile del tempo. Mentre le poetiche classiche, invece, fissano le loro opere attraversa una Forma immutabile ed eterna; gli artisti dell'informale, al contrario, si riappropriano del mondo contingente facendo trapelare dalle loro opere quel pathos e quel dolore originario. Non dimentichiamo che questi artisti iniziano il loro percorso subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Massacri, stermini, genocidi e bombe atomiche gravano ancora sulle coscienze lacerate degli uomini, che sono sopravvissuti a tali conflitti. Si poteva dare un'arte dopo la guerra, ad esempio, un'arte come quella astratta e concreta di Max Bill, la quale pretendeva di scansare il mondo per rappresentare delle forme pure, eidetiche, lontane dalla vita? Si poteva dare, ma senza la pretesa che questa potesse rappresentare il tempo storico nel quale viveva. Meglio di chiunque altri, invece, artisti come Fautrieu, Dubuffet, Tàpies, e il nostro Burri si appropriano del loro tempo storico: lavorando con un materiale- colori, ferri, plastiche, legni-; impressionabile e capace di farsi carico delle sofferenze e delle atrocità appena passate. Fautrieu si fa portavoce di questa situazione di smarrimento, di lacerazione delle coscienze con i suoi Ostaggi del 44. Vere e proprie larve, informali. Tali dipinti, che manifestano la condizione di estraneità dell'uomo occidentale appena uscito dai conflitti mondiali, ci parlano della perdita d'identità e di coscienza. Verso la quale-estraneità- tutti vinti e vincitori si sentivano coinvolti. Con una materia oramai franta, dove si intravede appena un bagliore di luce divenuto lontano e inafferrabili, lì, in quella terra di nessuno si situa l'uomo; non più che composto semi-organico privo della capacità di intendere e di volere. Tale è la grandezza di Fautrieu. Dall'altra parte dell'occidente invece si affaccia prepotente sulla ribalta artistica il mondo americano. Una società giovane, attivista, uscita dal conflitto in modo trionfale. Di lì a poco conquista in maniera impeccabile il palcoscenico dell'arte e della cultura. Interessante è valutare come in una società prettamente votata al mercato e alla produzione industriale l'arte con la sua autonomia si potesse avvicinare e farsi spazio in un mondo a lei così ostile. Per primo fu il genio di A. Gorky a far da ponte tra l'esperienza europea e quella americana. Il genio Armeno studiò le opere dei maggiori artisti europei per poi approdare ad uno stile tutto suo. Le sue opere segnano un inizio, come Giotto lo segnò a suo tempo in Italia. Si appropria di uno stile surrealisteggiante, liquiforme, dove trascende sì la dimensione figurativa, ma intrattenendo, tuttavia, con la tela e con la figura un rapporto di dialogo e partecipazione. Convinto che la vera arte non ha nulla a che fare con il momento logico del soggetto che opera, filtra le sue immagine attraverso la coscienza, per renderle aeree, molli, impalpabili come l'aria. Gorky, inoltre, ha il merito di rappresentare per questi artisti emergenti un modello e un esempio al quale tutti potevano attingere. W. De Kooning, invece, l'altro campione. Con una tecnica espressionista fende la tela con vere e proprie pugnalate; libera, inoltre, l'opera dalla sua componente prettamente figurativa. Si riallaccia al filone tardo romantico olandese-tedesco, ma innovando le sue composizioni grazie ad un gusto astratteggiante, senza l'intenzione di criticare o protestare contro qualcosa, ma facendo esplodere il suo sdegno all'interno dell'opera stessa. Infine, il magnifico Pollock, il rivoluzionario per eccellenza. Agisce sulle tele grazie alla tecnica della sgocciolatura-dripping., usando magistralmente i colori e disponendoli con un'azione roteante, così da creare dei veri e propri vortici spiraliformi. Pollock agisce sulle sue tele liberando attraverso l'azione impulsiva i materiali, donandogli la possibilità di parlare e di avventurarsi in percorsi che nessuno aveva intrapreso prima. Forse Pollock per la sua genialità compositiva fu il maggiore artista del secondo novecento, come Picasso lo fu del primo. In una società prettamente votata ai consumi e all'industria, Pollock usa i suoi materiali come grido di disgusto, dotandoli di automia compositiva rispetto ad un mondo totalmente votato al mercato. Infine, una breve perentesi sul panorama italiano è quasi un obbligo. Tre artisti su tutti, Fontana il meno informale dei tre, che con la sua arte concettuale cerca di liberarsi dalla materia per attuare e realizzare un' idea di arte nuova, concettuale. La quale-arte- si muove e agisce nello spazio, e proprio dello spazio si costituisce. Superando le vecchie idee al riguardo della poesia, musica e scultura tradizionale. Burri, il grande Burri, che magistralmente usa i materiali non usuali per le sue opere. Creando dei composti che non hanno precedenti fino ad allora. Burri, inoltre, non simboleggia, ma evoca le sofferenza, la materia in Burri significa materia gretta e non simbolo allegorico di altro. Burri sottopone i suoi materiali al suo genio creativo, trasformandoli a suo piacimento sempre con un ordine compositivo quasi geometrico. Mentre Burri è il maggior rappresentante di un ventennio oramai passato, quello delle guerre mondiali, Vedova lo è di quello appena entrante, quello dell'esplosione economica. Il mio preferito: Emilio Vedova proviene da una tradizione espressionista, studia i futuristi in quanto alla dinamica, e Tintoretto per la distribuzione e stesura del colore, distribuito a pennellate impulsive, proprio come fendenti o colpi di spada. Le sue composizione sono quelle che maggiormente ricordano il nostro tempo storico. Il mondo caotico post consumista, dove la frenesia e la nevrosi si respirano ai bordi delle strade, delle grandi metropoli occidentali. Quelle di Vedova sono delle composizioni tutte invenzione, gesto, segno, colore e talento. Non c'è spazio per il progetto, ma è l'ispirazione fulminea che prende l'iniziativa, desiderio omnipotente di creazione compositiva e distruttiva nello stesso tempo. Le immagini passano per la coscienza dell'artista che le travolge, le consuma in un gesto potente e inequivocabile. Vedova crea e distrugge, sogna e soffre, urla, danza e sospira. Poi tutto passa. Il giorno dopo ricomincia il processo e via fino all'infinito. Vedova ha della capacità demiurgiche che ricordano il fare e disfare della natura. Una piccola considerazione per chiudere questo breve e parziale scritto. Sarebbe stata possibile la nascita della poetica informale con la sua preponderanza per il gesto, l'impulso e la materia senza la riscoperta di quel magnifico fenomeno che dalla natura si trasmette all'arte del dionisiaco? Artisti come Pollock, De Kooning, Vedova, Mattieu, Dubeffet, Gorky, inoltre, quanto sono legati e immersi al cosmo del dionisiaco? Forse sarebbe nato comunque l'informale, ma non con la stessa consapevolezza speculativa. Sono sempre più contrario, mal me ne voglia una mia amica marxista ed hegeliana, che la filosofia altro ha da essere che la nottola di minerva che si desta sul far del crepusculo. Invece, la filosofia si manifesta ed è l'aurora del sapere, che apre la strada all'arte, alle scienze e alla politica. Come d'altronde la filosofia giusnaturalista annunciò l'avvento delle carte costituzionali e delle società liberal-borghesi. Ecco perché Nietzsche. Come la poetica dell'informale è una poetica della vita nella glorificazione del divenire, così questi artisti sono artisti dionisiaci. Alcuni per sovrabbondanza di forze, altri di emozioni e di sentimenti, altri ancora di volontà. Senza capire che Nietzsche è il filosofo del novecento, non si capirebbe nemmeno la portata vitale che proprio gli artisti dell'informali, a dispetto delle poetiche formaliste, hanno manifestato con le loro opere.
DANIEL
| inviato da lalama4 il 29/1/2010 alle 17:52 | |
11 gennaio 2010
Novella lamellare
Un ragazzino in pantaloni corti
sedeva scomposto sul sedile della corriera; tutto reclinato verso il
finestrino, stava a guardare distratto il paesaggio che gli scorreva davanti
agli occhi come una serie di diapositive. La dolce campagna italiana lo accompagnava
fino alla casa dei nonni, dove lo attendeva ridente un lungo periodo di
villeggiatura.
Nonostante la giovanissima età già
viaggiava da solo, e negli occhietti vispi, ma cisposi come di chi non ama
lavarsi al mattino, gli riluceva non so che balenio furbo e beffardo.
Aveva i capelli rossicci, crespi,
e una manciata di lentiggini gli trapuntava la pelle rosata; in grembo teneva
un cestino - v’era dentro la colazione amorevolmente preparata dalla mamma - dove
a più riprese infilava a casaccio la mano, estrapolandone molliche di pane
sbocconcellato, che masticava un po’ e poi subito sputava a terra, con
infantile noncuranza.
La corriera procedeva costante e
morbida come una barchetta di carta su rigagnolo, si lasciava alle spalle
colline e casolari, macchie boschive e un’infilata di orti e orticelli… ogni
tanto, alle fermate stabilite, raccattava per strada gli ultimi viaggiatori,
che, dopo uno squillante “buongiorno” al conducente, trovavano posto sui sedili
rimasti liberi.
Una procace signorona di una
quarantina d’anni abbondanti, proprio all’ultima fermata disponibile, salì e si
sistemò, senza badarci troppo, accanto al nostro bimbetto. Era un gran pezzo di
femmina, con un seno debordante e un viso paffuto e dolce; un prepotente
femminone che non passava certo inosservato, né su quella corriera né altrove.
Al ragazzo, i cui ormoni
folleggiavano come ossessi cavalli rabbiosi nel giovane corpo mal lavato,
quella presenza lì accanto non mancò di fare un certo effetto; prese dunque a
dimenarsi tutto, sfregando gli arti magrolini e seminudi sul ruvido tessuto del
sedile… ebbe pure una violenta erezione, che cercò di ostentare il più
possibile, complici i leggeri e sottili calzoncini che indossava, per
conquistare quella giovenca seduta di fianco.
Lei occupava il sedile nella sua
interezza, quasi strabordandone fora coi fianchi; lui, smilzo e veloce, vi
navigava dentro mugghiando la sua eccitazione. D’un tratto il giovanotto
scoreggiò!
Una scoreggia di quelle
silenziose… infide… che non si preannunciano col classico strambotto che i
Malebranche usavano come segnale convenuto, ma con l’inequivocabile puzza di
merda che si menano appresso, che anzi ne costituisce proprio l’essenza intima,
il nocciolo noumenico; perche se quelle altre hanno doppia dimensione, sonora e
olfattiva, queste sono puri odori, e verranno percepite come tali… infide
vipere velenose!
Cosa scattò nella mente del
ragazzo è difficile da spiegare… consapevole di aver fatto la frittata decise
di abbandonare ogni remore? partì in lui quel meccanismo per il quale, quando
oramai si sta facendo schifo, si mira a raggiungere l’apice degradandosi sempre
più, e beandosene pure? cercava addirittura di conquistarla così? Non c’è dato saperlo… fatto sta che prese a
scoreggiare a spron battuto per ore, tutta quanta la durata del viaggio.
Massacrò così quella donna, con
raffiche letali e silenziose a martellarla senza tregua… provava un piacere
assolutamente erotico a generarle; stilettate calde che gli zufolavano nel
basso ventre e che sperava arrivassero anche a lei. Intanto, nel mentre, si
scaccolava come un forsennato.
La donna era una persona mite ed
educata… non cambiò posto, subì in silenzio per quasi tutto il tragitto. Solo
verso l’arrivo, esasperata e ormai prossima alla salvezza, prese a borbottare
tra i denti, ma a volume quasi impercettibile: “che schifo… che schifo…”. Era
solo un soffio, ma lui lo sentì. Naturalmente non vi badò affatto, e, con
serenità, continuò la sua opera.
Quella notte, tra le lenzuola
fresche di bucato della nonna, e già pregustando le meravigliose giornate di spassi
che lo aspettavano, il ragazzo si tirò un bel manichetto, ripensando contento a
quell’arrapante donnone e alla sua bella impresa compiuta in corriera.
 
| inviato da lalama4 il 11/1/2010 alle 12:38 | |
3 gennaio 2010
la nave
un' idea tratta da giorgio Gaber: La Nave.
Una nave; eccola, la vedo. E' appena salpata e senza fretta spumeggia sulle acque, lasciandosi alla spalle il grigiore del porto appena abbandonato. Una nave grande, in legno di abete, costruita con maestria proprio come si faceva una volta. Attorno ad essa una foschia leggera che la avvolge sottilmente, ma senza ottenebrarla. Il cielo di sopra è grigio, e non sembra contento dell'atmosfera che lo circonda; dei gabbiani, intanto, volteggiano in semicerchi formando degli arabeschi non decifrabili. La nave è bella, sì, la nave confonde l'occhio e la visione. Su di essa alcuni marinai con divise biancazzurre passeggiano meravigliati sulla grande stiva, sebbene soltanto di rado si scambino parole e opinioni. Questi marinai, abituati al viaggio come alla visione, hanno un corpo statuario, degli occhi che dardeggiano, un'eleganza innata nel portamento. Sono belli e maledetti questi uomini del mare. Nessuno però li può ben capire, nessuno può esplicitare la magia dei loro sguardi e quel misterioso segreto, nascosto, come la sensazione provata da un bambino che si tramuta in azione. Non sono che un piccolo gruppo, ma la loro presenza scintillante riempie e colma la nave. A vederli che si allontanano, si direbbe, inoltre, che qui dalla terra ferma fa uno strano effetto seguirli in questa loro esperienza. Eppure verrebbe da tuffarsi nell'acqua, fendendo questa con mille bracciate, e magari raggiungerli. Oramai è troppo tardi, a malapena si distinguono le loro sagome. Vicino, qui sulla piattaforma del porto un'ondata di gente che si raduna. Occhieggiano delle fanciulle stupefatte. Applaudono le madri, antiche bestie; come spugne, muschi o muffe, con le loro vesti nere di pipistrello. E intanto l'atmosfera si fa sempre più cupa e il mare sbeffeggia e inghiotte gli scogli; dimenticati là sul fondale brulicante, pesci che sfiorano la superficie, acquorea vita nella sua manifestazione latente e affiorante. I padri in fila indiana, come dei bruti, si consumano in gesti automatici e filiformi; macchie e vertigini sui loro corpi dilatati e sgombri. Beduini, canguri, mostri con teste grottesche, giganti incomprensibili, segmenti di vite appena annuncianti un delirio di forme e affezioni indecifrabili. Gufi, martelli, guglie rovesciate e conficcate nel terreno vivente; serpenti a sonagli, miopi dirigenti di aziende in declino, furbi arrivisti con corpi d'anguilla, deretani spalancati senza destino. Upupe, giacigli e rovi di spine, infruttuosi composti, rovine, discariche radioattive; deserti senza confini, macchie e pozzanghere. Disgustosi organismi che la terra inspiegabilmente vivifica; uomini a cui manca tutto: cuori privi di sensazioni palpitanti, teste adunche senza fantasia, corpi flaccidi che inneggiano alla morte e alla stanchezza. Deliri, mani fredde come travertino, specchianti deserti come coscienze meschine. Un solo desiderio in tutti: arricchirsi di monete coniate negli abissi. Sempre a discutere e mai in silenzio. Iracondi, ma senza il coraggio della sfida a viso aperto. Difficilmente si affrontano a duello, ma incalzano in segreto, come i vermi o i virus che ti uccidono di dentro, senza il divino coraggio per il coltello. Quand'ecco che fortunatamente d'improvviso, come un fulmine superbo, un suono cattura l'attenzione e ci ridesta dal vorticoso baratro: è la nave che sbuffa, ingegnosa costruzione.E allora un entusiasmo ritorna, appena, riaffiora leggero come una vocina di sirena, ci chiama e ci invita a seguirla. Mentre la nave continua il passaggio, un uomo per caso, tira fuori dalla sua borsa, un binocolo e lo mostra alla gente. Lo punta, allora, verso la nave irriverente. Silenzio. Arrivato il mio turno, prendo il magico strumento e lo direziono verso il mare sempre più in fondo; nel frattempo i confini spariscono e si perdono, finché la volta celeste del cielo si sposa e s'immerge nelle acque marine. Ma che vedono i miei occhi, che vedono? Come è mai possibile? Ora sulla nave era issata una bandiera, proprio sulla prua dove s'incontrano l'albero maestro e il timone, una bandiera magnifica, enorme, che sventolava con allegria nel cielo. Il cielo trascorso qualche minuto già s'era fatto più azzurro. Una bandiera bianca, con dei contorni violetti, e di sotto sulla parte più bassa si intravedeva una scritta magnifica giganteggiare sulla tela. Una scritta molto ben fatta, color oro, una scritta che per la sua lucentezza emanava dintorno riflessi luminosi e caldi come un sole d'agosto. Sì, evviva riesco a decifrarla, riesco a vederla! Che bella! Che incantevole visione! La Lama il suo nome. Sopra la scritta c'era, inoltre, come dipinta una grossa spada, che sembrava volesse sfidare qualsiasi nemico, sfidare il mondo, brandire e recidere con un sol colpo, di netto, l'universo intero. Come una vela, come un vessillo issato lì vicino, occupati, quasi sognanti nelle loro sofisticazioni, i tre marinai: vispi, scaltri, rubesti. Anche se ad un primo sguardo questi uomini sembravano come assenti, dato i loro occhi così superbi e profondi; a farci ben caso, invece, erano desti e come. Convinti, padroni delle loro azioni e dei loro gesti, camminavano e discutevano tra loro senza esitazioni. Uno di questi Dario, pareva fosse il suo nome da quanto riportato da un ragazzo che li aveva conosciuti prima che iniziassero il viaggio: sembrava circospetto e sognante, in atteggiamento grandioso, illuminato da una luce naturale che proveniva dall'alto. Se ne stava come distratto e noncurante del tempo che trascorre, accordando di tanto in tanto la sua chitarra. Poi, quando si faceva prendere dall'ispirazione, componeva rapito dal suono dei versi multicolori. Aveva, inoltre, un sorriso quasi beffardo, sapeva costruire supportato da una mente lucida e profonda dei ponti e delle scale che conducevano sempre verso un'altra riva sconosciuta e solitaria, fatta di alberi tropicali e frutti saporosi che solo lui, come dava modo d'intendere, sapesse gustare. Dal lato opposto, invece, eppur non in antitesi, era situato un altro grande: Valerio. La prima cosa che si potesse notare era il suo sguardo tagliente, che pareva fendere e squarciare l'area d'intorno sol con una smorfia o un semplice movimento del corpo. Aveva un corpo nervoso e affilato; tra l'altro, era sempre pronto a scontrarsi con qualsivoglia malcapitato che gli occupasse la via. Data la sua intelligenza rara e pura come il diamante, sapeva in ogni circostanza chi colpire o quale azione intraprendere, così da affondare il bersaglio. Seguiva sempre la sua stella con orgoglio e ostinazione. Anche lui, giunta la sera, componeva dei versi luminosi da far invidia al più grande dei poeti. Nel mezzo della nave, solitario, nei pressi del timone, il terzo degli uomini: bello, con un corpo vigoroso, slanciato e fiero nell'azione. Si diceva che avesse fatto a causa del suo fascino maledetto, impazzire non poche donne, inebriandole, con il suo misterioso carattere e i suoi occhi scintillanti. Spigoloso e maledetto, faceva dannare anche il più generoso degli amici come un egoista e prepotente signore. Li aveva tutti insomma i difetti di questo mondo, ma quando si metteva a cantare, per Zeus, quando dimenticava di essere un uomo, trasformava anche il peggiore dei mostri in colombe; sapendo con il suo talento attingere a oscure rivelazioni. Inoltre, forse con più vigore degli altri; esso amava molto il pensiero speculativo e il mondo dell'etica e della politica da farne una vocazione ed un impegno costante e naturale. Pareva, infine, fosse posseduto come da un demone, che gli consumasse di dentro il fegato e gli faceva di volta in volta salire la bile fino alla gola. Tetragono ed esplosivo odiava ogni sintesi o conciliazione. Inspiegabilmente, dopo qualche minuto che la nave abbandonò il porto, anche il cielo si era completamente liberato dal suo grigiore, lasciando trasparire negli uomini una timida emozione, leggibile sui loro volti. Qui vicino, sulla terra ferma, invece, si potevano udire lunghi discorsi, sermoni infiniti che riguardavano la condizione, lo stato, o il perché del viaggio appena intrapreso dai marinai. Tutti si chiedevano chi fossero, e perché questi uomini avessero mostrato una tale indignazione nei loro riguardi, senza stringere nelle mani una debita e sincera ragione. C'erano alcuni che non badavano all'evento e a tale rivelazione, porlottavano tra loro, curiosando e fantasticando riguardo la rumorosa e brutta presenza delle comari e dei loro mariti bigotti. Chi sembrava più acuto e intelligente, sapete, erano proprio i ragazzi; che assistettero all'evento con molto stupore e ammirazione. Uno di questi, con fare disinibito, si compiaceva e si beava dello spettacolo al quale stava partecipando. Ho sentito dire, disse il ragazzo ad un suo amico lì presente che: "chillà è gente tosta"... "chilli tiengano a mazza." Mentre l'altro incredulo e voglioso di capire che gente abitasse la nave, domandava e pensava in silenzio, volgendo di tanto in tanto gli occhi verso l'orizzonte appena diventato azzurrino. La nave nel frattempo continuava a tagliare le acque, proprio come una lama su un pezzo di carta, non pensava certo alle umane sciocchezze, al tempo che passa. Di nuovo, sempre dal ponte si potevano ammirare delle piccole imbarcazioni, che udita la voce di tale energica e superba flottiglia, si erano proposte di avvicinarla e magari imitare la sua macchinazione fugace e divina. Si vedevano a fatica dei microorganismi suggere il nettare dolce e vitale. Ma che, ma che, niente di più assurdo, niente di più meschino, esclamai io, pensare a quelle piccole imbarcazioni messe a paragone dell'ordigno marino! Come se fossero stati i marinai stessi a voler intraprendere il viaggio, e non la volontà di Nettuno o Eolo a scioglier le vele della nave superba. Questa scena fu davvero molto bizzarra e divertente; la gente del porto ne fece motivo di grandi risate, sentendosi autorizzati a prendersi e a farsi beffe degli ometto che occupavano le piccole imbarcazioni. Io osservavo e assistevo in silenzio, sempre più elevato, sempre più profondo e speranzoso di un possibile cambiamento. Pensavo, in silenzio, tra me e me; eppure, dicevo che: "come ci ha mostrato la nave, che salpando si è portata dietro il grigiore del mondo, un cambiamento è pur possibile". Una piccola e imprevedibile sterzata, un colpo, un pugno dato alla vita, meschina, borghese, arrivista. Un voltarsi e un riguardar nel sole, in piedi, fieri e senza indignazione. Lasciarsi uno spiraglio, una possibilità di scelta, darsi una direzione, proprio come quei marinai, che hanno fatto delle loro vite un esperimento, un'avventura imprevedibile, un'improvvisa emozione. Mentre pensavo a queste idee composite, d'improvviso però fui preso e rapito nuovamente da una circostanza curiosa, che stava accadendo proprio lì vicino a me. Come delle urla bestiali, alte, assordanti, infernali; squarciavano l'aria con una prepotente possanza sonora. Che vidi allora, uno spettacolo tetro e meschino, una rappresentazione senza rappresentanti, solo dei corpi azzuffarsi con boria e veleno; dei corpi assenti, disabitati, come le terre oltre la Spagna prima che Colombo ne tracciasse il destino. Se le davano per Era e come; se le davano di santa ragione: due relitti enormi di statura, con delle spalle quadre e dei corpi vigorosi. Erano venuti alle mani, chissà per quali futili motivi. Pare che una di queste comari avesse aizzato un piccolo focolare, e che tal focherello via via fosse diventato sempre più grande, a causa delle malelingue delle altre comari. Come spesso accade, queste donnette, ispirate forse dal superbo lucifero, davano modo e aizzavano, con le loro chiacchiere da salotto, degli incendi così grandi, da non rendersi conto del danno, che avrebbero potuto con il loro comportamento diavolesco causare. Eppure il motivo di tale litigio non era ben chiaro, sembrava che una di queste donnine si fosse fatta sedurre da un contadinotto che si aggirava proprio nei pressi della casetta di lei, giacché, dando questo con il suo lavoro vita al terreno che circondava l'abitazione, gli ronzava di presso. Essendo il marito di lei fuori di casa per alcune faccende, ma costretto a causa di forze maggiori a tornarsene nell'abitazione prima del tempo, trovò la moglie con lo stallone, giacenti nel suo letto. Ma essendo quello un ottimo atleta se la diede a gambe levate, trovando uno spiraglio e uscendo di corsa dalla finestra. Si rincontrarono per caso proprio nel porto e decisero di fare i conti venendo con boria alle mani; si riempirono di calci, pugni e maledizioni. Intanto gli spettatori entusiasti e con la bava alla bocca incitavano i due campioni; se ne stavano tutti felici ad assistere al teatrino da quattro soldi come tanti pinocchi. Allora, capii che era giunto il momento, decisi di spostarmi e d'isolarmi, volevo riflettere con più attenzione, decidendo proprio in quel momento di trovare un senso all'esperienza appena vissuta. Iniziando il cammino intrapreso, giunsi alla conclusione necessaria. Seguire gli uomini è una grande maledizione mi dissi. Pensavo solamente alla misera, alla contingenza. Ora, la vita nel suo scorrere in modo piatto e superficiale mi metteva i brividi. Mi chiedevo se l'esistenza fosse davvero una punizione, una prova, un'espiazione; e l'anima solamente un rifugio per soddisfare i bambini. Fui come rapito da questi pensieri assordanti, superbi e vorticosamente labirintici. Ma poteva darsi per la mia salvazza un filo, un filo d' Arianna, per districarmi da questo pasticcio? Come fare, come vivere dignitosamente in occidente oggi, mi pareva un grattacapo, senza via di risoluzione. Questo problema mi rendeva triste, non riuscivo a trovare nessuna soluzione all'enigma mostruoso. Vivere sulla terra con gli uomini, senza sentire la loro puzza di cadavere, e l'odore disgustoso dei loro corpi in putrefazione? Ma neanche vivere come un'eremita mi sembrava una buona soluzione; troppo ascetica, troppo flemmatica e anemica per me che scoppio di vita. Devo stare in mezzo agli uomini mi dicevo, devo bearmi della bellezza sfuggente delle donne. Come potrei io vivere, senza una donna. No, non mi ci vedo, sono troppo luminoso per astenermi da tale compenso; non me lo merito. A questo punto decisi per qualche mese di ritirarmi nella mia casa di campagna, abbandonai velocemente il porto e salutai con un cenno la nave, sempre più bella, sempre più lontana. Feci una scorta di libri di filosofia e di poesia, mi riempii di cataloghi d'arte figurativa. Inoltre, portai con me il mio giradischi, senza dimenticare delle sonate per pianoforte o violino, le opere di Mozart, con l'aggiunta di qualche cantautore italiano. Stetti tre mesi tra l'erba alta del mio casolare, circondato da galli, conigli, cani, gatti, civette e alberi da frutto. La mattina facevo delle lunghe passeggiate e meditavo sul mio ritorno in società, poi il pomeriggio studiavo attentamente e con partecipazione, tali scritti di filosofia politica e naturale, trovandoci motivo di grande beatitudine contemplativa. Infine alla sera, mi piaceva di canticchiare qualche parola e magari, nei momenti di particolare euforia trascriverla su carta. Così passarono tre mesi, temprato nel corpo e nella mente decisi di tornare in città per fare frattaglie degli ominidi filistei e dei preti; avendo sempre ben a mente l'insegnamento che la visione superba ed epifanica della nave mi aveva procurato: Salute!
Daniel
| inviato da lalama4 il 3/1/2010 alle 12:12 | |
24 dicembre 2009
Il sogno prenatalizio di J. Gattone raccontato da lui medesimo
* * *
Entrai nel vagone della
metropolitana un secondo prima che le porte si rinserrassero, creando una breccia
tra l’impaurita folla, e trassi un forte sospiro di sollievo. C’era parecchia
gente, come al solito in quell’ora pomeridiana: troppa, per i miei gusti.
Tenevo, ben allacciato sulle spalle, uno zaino pieno di libri e quaderni, nella
mano destra l’ombrello perché fuori pioveva (asciutto tuttavia, non
portandomelo appresso nelle giornate piovose – e in quelle soleggiate – che per
usarlo per la sua – per me – funzione primaria di bastone animato) mentre colla
sinistra mi reggevo saldamente alla barra superiore. Ripetevo a mente qualche
bestemmia di nuovo conio. Ma c’era qualcosa che non andava, non nel mio
contegno, intendiamoci, né in quello delle altre persone (benché, guardandomi
attorno, non incontrassi uno sguardo che non fosse canagliesco e becero), ma
avvertivo un disappunto interiore, sibilante come lo spiffero maligno e gelido
di una porta che non si chiude bene. Cos’era?
Era venuto il momento di
scendere: la mia fermata. Sceso, finalmente. Il disappunto… non c’è più: come
un senso di leggerezza, di freschezza, come un venticello balsamico che alita
sul mio volto: mi sento rinnovato, rinato, ma, soprattutto, più leggero: mi
sento un peso piuma (e sì che sforo e non di poco il quintale). Che bello
sentirsi leggeri. Fermi, mi stiletta un dubbio: ho dimenticato l’ombrello in
metro o, perdio, lo zaino?... Ma no, ma no, ce li ho rispettivamente indosso e in
mano, certo che no… Allora, cos’è?
Imbocco l’uscita, discendo alcune
scale, altre le ascendo, sto quasi fuori dalla metro, il senso di leggerezza ora l’ha
sostituito sgradevolmente una sensazione di appesantimento deretanesco, come
spiegarlo altrimenti?, come se mi portassi dietro, di dietro, un insolito grave.
Sto a due passi dai tornelli, un passo ormai e sono fuori, eccomi,
quando un omino, la cui faccia solo qualche secondo più tardi scoprirò essere
brutta, smunta, secca e rapace, dalla voce stridula e insinuante, mi ferma con
mano stranamente salda, mi artiglia alle spalle – come se un omuncolino del
genere potesse artigliare un gesuccristo come a me –, e mi dice: “Signore, dove
va? Lei si è cacato addosso, lo sa?, è tutto sporco di merda!”.
Ecco cos’era quel senso di
leggerezza, penso allora di rimando, non prima di aver ammollato un destro fulmineo
a quell’omino arrogante e, presumo, avergli fracassato la mascella. Con tutti i
pantaloni imbrattati da quella pappa molle e olfattivamente insopportabile, e
con quella fame che solo i miei quadrupli stomaci sanno produrre, sgattaiolai
verso casa, dove, ad attendermi, ci sarebbe stata quella schifosa di mia
sorella. Rincasando, comunque, pensai a un modo salace di mettere a frutto l’insolito ripieno… e mi decisi per farne il pasto della vigilia di Natale di Marta, anche se
lei, lo so, avrebbe recalcitrato, e si sarebbe empita la bocca di troppi avemmaria perché ci fosse posto anche per il mio dono… cagna!
Alla prossima.
Joe Gattone
| inviato da lalama4 il 24/12/2009 alle 20:15 | |
2 dicembre 2009
Maurantonio Paesiello
A Napule, ’o guolf ’e Pulicinella
è che risplende e riverbera ’o sole;
colla feluca e i piccioli in scarsella
me ne vo dalla piccirella, Jole.
Quant’è bella chilla piccirella
di dritto e di rovescio me la scuopo
chiagne a dirotto quann’a vucca bella
la sfunno co’ stu cazzo, cumm’è d’uopo.
Rit.
Ohi, ammore mio,
quanto funno
tenisti ’o desiderio
me facevi pazzià, e
all’oltremunno
me ne iav’, se
spalancavi ’o tuo maniero.
Mo’, però, i ribbelli
malandrini
m’hanno scacciato, a
me ch’ero nuccristo
mo’ agg’a sta cheto
cumme l’agnellini
e se me vuotan i
saccocc nun insisto
E chistu sole riempiva o’ sentimento
‘e na gioja che chiù non tornerà,
‘n goppa a la terrazza i’ stavo sottovento
co’ la pipa ‘n vucc e in mano nu babbà!
Ma chilli malandrini co’ a cammisiella rossa
oramai de notte non mi fanno chiù dormì
Jole te saluto, pe’mme è meglio la fossa,
sarà che a Cunebaldo non lo pozzo chiù soffrì!
Rit.
(Coudaric - Adalimov)

| inviato da lalama4 il 2/12/2009 alle 13:46 | |
14 novembre 2009
Città di sogno
Paul Klee citta di sogno
"l'arte non riproduce semplicemente il visibile, piuttosto ne produce le condizioni di visibilità" Schopferische confession, Berlin,1920 Paul Klee
Ecco finalmente noi lamellari. Luminosi, cangianti e sdregolati. Aggirarci per meandri abbandonati, fieri e noncuranti del morbidume flaccido che ci circonda; con occhi fiammeggianti sfidare la piattezza del quotidiano, con corpi robusti e armi non usuali: attingere ai misteri profondi, cosmici, roboanti, anche quando ci mettiamo a sedere tra la gentaglia senza nome. Geniali, prospettici, con occhi così profondi da far paura, con una memoria così carica del passato da essere noi stessi un'immagine specchiante del creato. Spigolosi fino a provocarvi la nausea, attenti ad ogni gesto, parola, segno; con dei corpi così perfetti da provocare sgomento. Carichi di indignazione verso chi è piatto, verso la torpedine nichilista e il suo assalto, mostrosamente creativi anche quando sembriamo assenti. Gaudenti, altre volte, illuminati: sembriamo attingere da un' altra galassia la nostra forza creativa. Abbiamo dei sensi così raffinati da mettere i brividi, sontuosi, antiborghesi fino allo strenuo, fino all'ostentazione, allo schiaffo minatorio. Blindati nelle nostre convinzioni, profondi senza convinzione; con faccie da schiaffi, con gambe troppo veloci per essere raggiunte. Tiriamo di scherma, infilziamo la marmaglia senza pietà, amiamo il duello e la sciabola, la spada; fieri del nostro talento, disumani verso chi si abbandona al compromesso. Talenti nascenti, fulmini, scintelle: vi beffiamo per Zeus, vi spanciamo per Era, senza nessuna pietà. Amanti dell'arte e della creazione...immersi nel mistero della visione, caparbi, grotteschi, superbi nei volti. Corriamo, voliamo, danziamo; leggeri, musicisti del verso, poeti. Distruttori come mai ce ne sono stati; immorali. Noi lamellari ci assumiamo la briga di portare la luce nelle tenebre. Non ce ne vogliate per questo. Luci-feri.
filoni daniel
| inviato da lalama4 il 14/11/2009 alle 10:16 | |
8 novembre 2009
The Black Team
Pubblichiamo in anteprima un passo dal romanzo in uscita di Raniero
Marcovaldo dai Ricciumi, “The Black Team”
Marvin e Big Joe si trascinavano
stancamente sulla via del lungomare; entrambi suggevano come forsennati una
granita al limone da un bicchiere di plastica, sconclusionato tentativo di
fronteggiare o’ sole partenopeo. L’intruglio, tuttavia, nonostante le
millantate proprietà rinfrescanti decantate dall’ometto che gliel’aveva
venduto, non faceva altro che acuir loro la sete e indispettirli non poco. I
due mastodontici negri incedevano con indolenza, svogliati, provandosi in un
passo strascicato che mal si accordava alla marzialità e all’impeccabilità
delle divise stirate e lavate di fresco; il mare, di sfondo, ne risaltava le
sagome imperiose e prepotenti; qualche corvetta americana che solcava i flutti
azzurrini testimoniava una verità che ormai era visibile agli occhi di tutti:
Napoli era stata liberata!
Scugnizzi seminudi si annidavano
come tanti insetti sotto i brani di muri venuti giù dai bombardamenti, nei
cantucci ombrosi di qualche vicolo, tra i vapori di una bettola affollata… i
napoletani sempre si fermavano a guardare il passaggio dei soldati americani:
dei negri soprattutto! Il tappetino crespo dei capelli, il volume spropositato
di labbri e naso, la mole grintosa… non ce la facevano proprio a star lontani
da quelle divinità selvagge, e come li vedevano passare li assalivano contenti,
a chieder qualche penny, gomme americane, stracciuoli e quant’altro.
Marvin e Big Joe non parlavano
tra loro, avanzavano in perfetta sintonia, come se ci fosse una mèta fissata o
un compito da svolgere… in realtà, senza un cazzo da fare, bighellonavano per
la città con le mani in tasca, ciondolando ebeti sulle strade assolate. Ma noi sappiamo bene che un compito i due
l’avevano… facevano parte del “Black Team”,
erano stati selezionati apposta per quello, e se ci fosse scappata l’occasione
non si sarebbero tirati indietro dall’assolvere il proprio dovere.
Un putto di una cinquina d’anni
li assalì con la mano tesa:
- U’ surdà… u’ surdà! A ‘mmé! A ‘mmé!
Big Joe gli snocciolò in mano due
chewingum, poi guardò negli occhi il suo compare, chiedendogli implicitamente
chi dei due stavolta avrebbe agito. Marvin, esuberante, prese in mano la
situazione… il lavoro stavolta lo svolgeva lui!
- Oh, what a nice baby! Bello bambino! Have you got a sister? Sorella
tu?
Lo scugnizzo lo prese per mano
senza troppe cerimonie e se lo portò appresso tutta la mattinata; andarono al
forno di Maurino, dove mangiarono due pizzelle con le olive nere calde calde;
dal robivecchi ai “quartieri”, dove Marvin regalò al bimbo una marionetta in
pezza di Pulcinella e un quadretto ad olio raffigurante lo Zanni all’osteria;
al bar di Tommaso, a consumare, infine, due babà di quelli di lusso, zuppi di
rum come spugne imbevute. Poi finalmente a casa.
Marvin era conosciuto a Napoli
come o’ mazziere… perché, si sapeva, aveva un passato come giocatore
professionista di baseball; pare fosse stato un grande battitore prima di
partire soldato, e per un pelo non aveva fatto il gran salto fino a diventare
un campione. Fatto è che girava molto spesso con la sua vecchia mazza, che si
era - in modo invero molto presuntuoso - autografato da solo a suo uso e
consumo… la teneva a tracolla al posto del fucile, serrata stretta da una lunga
cordicella che gli solcava l’ampio torace. Una volta ci aveva anche spappolato
il cranio di una nana, forse senza motivo.
Il piccolo aveva una sorella
maggiore si, e anche una mamma se è per questo.
Quando queste due videro entrare
nella loro misera casa, dietro il frugoletto semiubriaco del babà e in preda a
un giubilo tutto suo, il mastodontico afroamericano, e subito lo riconobbero
nel “mazziere”, impallidirono presagendo cosa gli sarebbe capitato!
Marvin entrò col suo sorriso scintillante,
da vero negro; sereno e placido nel viso, pelato come un somaro, prese a
spogliarsi senza dir nulla né far commenti, mettendo in mostra un
impressionante ammasso di muscoli… sul bicipite destro campeggiava il tatuaggio
del “Black Team”.
Il capofamiglia, l’uomo di casa,
un ominicchio da quattro soldi tutto avvoltolato in una coperta di lana, si
alzò in silenzio dalla sua poltrona, prese per mano il bambino, che pareva
quasi incantato a rimirare il negro che si denudava dall’uniforme, e uscì di
casa… a capochino.
da "The Black Team", Coudaric

Napoli in festa, il giorno della liberazione.
| inviato da lalama4 il 8/11/2009 alle 18:58 | |
6 novembre 2009
Sul nome "la lama" da affibiare a una rivista letteraria

* * *
(Sugoso estratto dal saggio succitato)
Innanzitutto la lettera: la lama (che, evidente
ellissi, noi intendiamo affilata – ça va sans dire!) è il mezzo che permette di
tagliare, di recidere: un cosciotto arrostito di tacchino, una giugulare
pulsante, un cuore bovino, un cervello da lobotomizzare alla bell’e meglio con
mezzi tanto di fortuna quanto, ben usati, atti all’uso. E la lama, anche quando
uccide, comunque taglia.
D’altra parte la metafora: decidere è tagliare. Come
spesso avviene nelle temporanee cristallizzazioni di una lingua, tanto più in
una lingua complessa come l’italiana, infatti, ecco che dal significato
letterale della parola latina DECIDERE (tagliare, recidere) si scivola, proprio
per metafora, all’uso che viene fissato dal tempo: cos’è la decisione se non un
taglio?
E l’uomo non è forse animale condannato a decidere,
in quanto uomo, ovvero animale solo fin dalla nascita (che nasce e muore solo)?
[...]
Cosa fa, dunque, il poeta, lo scrittore, il critico?
Decide, nel momento stesso in cui prende la penna e con essa traccia segni su
carta. Il poeta, lo scrittore, il critico che sia anche uomo decide: le mosche
si lasci che svolazzino con quel loro ronzio loffio (che non ha nulla del
ronzio metallico e vibrante d’una zanzara né di quello viriloide d’una superba
vespa) all’altezza dei deretani defecanti di cani e bestiole varie! (concessa,
s’intende, ogni attenuante per coprofagi o coprofili).
Vladimir
| inviato da lalama4 il 6/11/2009 alle 11:28 | |
3 novembre 2009
Poesia per una dolce poetessa

Poesia per Alda Merini
A te Alda, dedico queste parole leggere, parole che mi ricordano i tuoi occhi. Adesso che mi sembri lontana dal tempo, adesso che solo la memoria mi avvicina a te, come un ombra; ti cerco nel buio e ti voglio e invano ti chiamo per nome. Donna maravigliosa, musica dal ritmo saffico e primordiale, davvero parevi composta da essenze celesti. Ricordo la purezza del tuo portamento; eri così diversa dalle cose mondane che quando apparivi alla vista il tutto mutavi, come un'epifania di sensi straordinari. Di te amavo l'estate e l'inverno dello sguardo, quella grazia floreale, l'ironia tagliente e la maestosità del pensiero. Eppure non sono triste, se penso alla tua partenza, un posto nuovo ora ti attende, dove forse io potrò non seguirti. Qualche cariatide già ti invita all'ebbrezza e al canto; tu va, non fermarti. Altre melodie risuonano per anime di mimosa, altri accordi ti faranno danzare la sera. E non temere l'ultimo passaggio, porta con te la lira e l'arco, gli dei amano le eroine silenziose. Neppure devi pensare al vuoto che ci hai lasciato, di là ci sono meridioni inesplorati, mettili in musica, fanne grimaldelli e aquiloni, tu ne sei capace: luce di gentilezza e dolore. Hai affrontato con la lancia le battaglie più dure, hai spezzato con il gesto scudi e veleni di uomini superbi che non conoscono la grandezza dei tuoi versi. Neanche l'oscurità del silenzio ti chiuse la bocca. Nulla potrai temere che non si pieghi alla tua freccia, tu aneli verso territori inesplorati, la tua perspicacia non teme nemici, che il tuo passo illumini noi mortali. Cosa c'è nella vita che tu non hai afferrato con orgoglio, quale mistico sentimento ti attraversò che tu non ne trasformasti l'essenza in colombe, in stelle marine. Ebbene, sono convinto che in te vive una lievità di fanciulla, invitala questa notte alla tua tavola imbandita, parlagli dei tuoi profumi, dei tuoi specchi, dei fiori. Quei fiori che ogni sera guardavi dalla tua finestra socchiusa, quei profumi misteriosi che solo il poeta ne percepisce la freschezza, non diversa dalla curiosità, dalla perspicacia e la prontezza di una mente che anela. Di te ricorderò sempre la mestizia e la forza. Donna; spirito vivente...dimmi: chi canterà ora il destino, chi colmerà la distanza che divide i mondi diversi quella tristezza monotona già presistente, chi muterà in verso la forza del mare e della terra?
Filoni Daniel
| inviato da lalama4 il 3/11/2009 alle 19:9 | |
14 aprile 2009
Variazioni sul tema
di Adalimov, Coudaric, Adalimov
L’onanismo quello schietto Fa la figa un triste tedio: Spruzza ognora il mio bel getto Alla noja m’è rimedio.
Ma se vedo, per la via Una lolita sollazzevole Del buon Onan la manìa Mi diventa malagevole.
Mi si infuriano le foje Mi si accaldan le midolle: non c’è laccio né pastoje che trattenga un cazzo folle.
| inviato da lalama4 il 14/4/2009 alle 23:34 | |
16 luglio 2008
Microfilm lamellare - Verso il Treja!
I lamellari, tutti accaldati in quel di Calcata, prendon possesso della rocca tufacea e scendono, infine, colla Branda in vena di pastorello, verso le acque del Treja per l'agognato bagno lustrale.

Percivalle e Marcantonio... il battesimo pagano
| inviato da lalama4 il 16/7/2008 alle 14:12 | |
8 luglio 2008
Letture lamellari
Maric, con rabbia, arrangia e interpreta alla buona un sonetto dell’amico Gino.
C’ho la rogna come pochi c’ho una foja che mi mangia c’ho il prurito i ragni e i topi tutti chiusi nella pancia.
E c’ho un ghigno tristo e roco ma se bestemmio par che canto alle donne piaccio poco ma il mio cazzo piace tanto.
Coi potenti mi sto cheto ma se vedo un poveretto alzo subito la cresta…
se mi chiami rutto e peto questo sono, ve l’ ho detto, il mio nome è Gino Testa.
Gino Testa
| inviato da lalama4 il 8/7/2008 alle 20:11 | |
9 maggio 2008
Antiborghesi nel secolo XIX
"A capotavola, solo fra tutte le signore, stava un vecchio. Curvo sul
piatto colmo, e col tovagliuolo annodato sulla schiena come un bambino,
mangiava lasciando cadere dalla bocca gocce di salsa. Aveva gli occhi
scerpellati e portava un codino legato con un nastro nero. Era il suocero del
marchese, il vecchio duca di Laverdière, l'antico favorito del conte di Artois
al tempo delle cacce al Vaudreil, dal marchese di Conflans. Era stato, si
diceva, l'amante della regina Maria Antonietta, dopo Coigny e prima di Lauzun.
Aveva condotto una chiassosa vita di crapula, piena di duelli, di scommesse, di
donne rapite, e gettato lo sgomento in tutta la sua famiglia”
G. Flaubert in Madame Bovary

“Quel lato del monastero era contiguo a una casa abitata da un giovine,
scellerato di professione, uno de’ tanti, che, in que’ tempi, e co’ loro
sgherri, e con l’alleanze d’altri scellerati, potevano, fino a un certo segno,
ridersi della forza pubblica e delle leggi.”
A. Manzoni in I promessi sposi

“Sono un uomo malato… sono un uomo cattivo. Un
uomo che non ha nulla di attraente. Credo di esser malato di fegato. Del resto
di questa mia malattia non ne capisco niente, e in verità non so nemmeno io di
che cosa soffra. Non mi curo e non mi sono mai curato, sebbene nutra il massimo
rispetto per la medicina e per i dottori. Per giunta, sono anche estremamente
superstizioso; o per lo meno lo sono abbastanza da rispettare la medicina.
(Sono abbastanza colto da non essere superstizioso, eppure lo sono
ugualmente).”
F. Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo

"Soffriva fisicamente alla vista di certe fisionomie; prendeva
quasi per un insulto personale l'espressione arcigna o paterna di certi visi;
sentiva la voglia di schiaffeggiare il signore a spasso che socchiudeva gli
occhi con aria saputa, quell'altro che si dondolava sorridendo alla sua
immagine nella vetrina; quell'altro che pareva curvare il capo sotto il pondo
di chi sa quali cognizioni e, così corrucciato, divorava pasticcini e cronaca
spicciola di giornali.
Fiutava in essi una stupidità così inveterata, una tale avversione per le sue
idee, un così massiccio disprezzo per la letteratura, l'arte, per tutto ciò che
egli adorava - avversione e sprezzo radicati nei loro angusti cervelli di
mercanti, unicamente preoccupati di carpire e d'ammucchiar denaro, curiosi solo
di politica, questo basso svago dei mediocri - che rincasava furente e si
chiudeva a chiave coi suoi libri.
Infine e con tutte le forze odiava le generazioni che venivano su; questi vivai
di cialtroni che in trattoria ed al caffè sentono il bisogno di parlare e rider
forte, sui marciapiedi ti spintonano senza chieder scusa; che senza chieder
scusa e senza salutare ti cacciano tra i piedi la carrozzella con dentro il
marmocchio."
J.-K. Huysmans in Controcorrente

“Il capitano Achab era sul cassero. All’aspetto
non mostrava segno riconoscibile di malattia, e neanche pareva in
convalescenza. Aveva l’aria di uno staccato dal rogo mentre che il fuoco gli
copre e devasta le carni, ma senza consumarle o rubare nemmeno un briciolo
della loro durezza fitta e matura. Tutta la sua figura alta e grande pareva
fatta di bronzo massiccio e gettata in uno stampo inalterabile, come il Perseo
fuso da Cellini”
H. Melville in Moby Dick

"La sua precocità nel vizio era formidabile. A cinque mesi aveva crisi di
collera tali da non poter articolare una parola. A sei mesi lo colsi un giorno
mentre rosicchiava un mazzo di carte. A sette aveva la costante abitudine di
afferrare e baciare le bambine. A otto si rifiutò decisamente di apporre
la propria firma all'atto di temperanza. E di mese in mese andò talmente
progredendo in malvagità che al compiersi del primo anno non solo presumeva di
portare i baffi, ma aveva anche contratto una tendenza a maledire, bestemmiare e
scommettere."
E. A. Poe in Non bisogna scommettere la testa
col diavolo

“G: Vostra Eccellenza intende parlare
dell’amicizia? M: Eccoti sempre colle parole antiche e rancide. Saresti
proprio il caso di fare il rigattiere o il proposto di un museo d’anticaglie.
L’amicizia non si trova più, o se vuoi chiamarla con questo nome, devi sapere
ch’è fatta a uso di quelle fibbie o fermagli che servono ad allacciare mentre
bisogna, e finito il bisogno si slacciano, e spesse volte si levano via. […]
(Poi venga un discorso sugl’intrighi, e la necessità della cabala, e come
questa sia quella cosa che governa il Mondo; sopra l’inutilità, anzi dannosità
del vero merito e della virtù)."
G. Leopardi in Dialogo di Galantuomo e Mondo

“- Voi vorreste sapere chi sono, quel che ho fatto, o quel che faccio - riprese
Vautrin. - Siete troppo curioso, figliolo mio. Suvvia, un po' di calma. Ne
sentirete ben altre! Ho avuto molte disgrazie. Prima statemi a sentire, e poi
replicherete. Ecco la mia vita passata, in tre parole. Chi sono? Vautrin. Che
faccio? Quel che mi pare. Andiamo avanti. Volete conoscere il mio carattere?
Sono buono con chi mi fa del bene o con chi ha un cuore che parla al mio. A
loro è permesso tutto: possono prendermi a calci negli stinchi senza che io
dica loro: "Bada!". Ma, perdio! sono cattivo come il diavolo con chi
mi molesta o non mi va a genio. Ed è bene sappiate che l'uccidere un uomo mi
preoccupa tanto così! - disse sputando.”
H. de Balzac in Papà Goriot

“-
Che pezzo di ragazza, per la
Madonna! E come cammina col naso nella mantellina, che pare
un fuso! Pensare poi che deve papparsela quel cetriolo di ‘Ntoni Malavoglia!
- Se Piedipapera vuol esser pagato, ‘Ntoni non se la pappa; ve lo dico io. I
Malavoglia avranno altro da grattarsi, se Piedipapera si piglia la casa del
nespolo.
Vanni Pizzuto tornò a prendere pel naso don Michele: - Eh? Che ne dite, don
Michele? Anche voi le avete fatto il cascamorto. Ma quella è una ragazza che fa
mangiare agro di limone. Don Michele non diceva nulla, si spazzolava, si
arricciava i baffi, e si metteva il cappello davanti allo specchio. - Ci vuol
altro che cappelli colla penna per quella lì! Sogghignava Pizzuto. Finalmente
una volta don Michele disse:
- Santo diavolone! Se non fosse pel capello colla penna, gli farei tenere la
candela io, a quel ragazzaccio di Malavoglia. Don Silvestro ebbe la premura di
andare a raccontare ogni cosa a ‘Ntoni, e che don Michele il brigadiere non era
un uomo il quale si lasciava posare le mosche sul naso; e doveva avercela con
lui.
- Io gli rido sul mostaccio, a don Michele il brigadiere! - Rispose ‘Ntoni. -
Lo so perché ce l’ha con me; ma stavolta può pulirsi la bocca, e farebbe meglio
a non sciuparsi le scarpe per passare e ripassare davanti alla Zuppidda, col
berretto gallonato, come se ci avesse la corona in capo; che la gente se ne
impipa di lui e del suo berretto!
G. Verga in I malavoglia

“Un mattino di giugno del 1872, di buon’ora,
uccisi mio padre: un atto che, a quel tempo, mi fece profonda impressione. Fu
prima del mio matrimonio, quando vivevo con i miei genitori nel Wisconsin. Mio
padre e io eravamo nella biblioteca di casa nostra e dividevamo i proventi di
un furto che avevamo commesso quella notte. Erano soprattutto oggetti per la
casa, perciò era difficile dividerli equamente. Finché si trattò di tovaglioli,
asciugamani e oggetti di questo tipo andammo avanti d’amore e d’accordo, e
anche l’argenteria riuscimmo a dividerla più o meno equamente, ma capirete bene
che quando si cerca di dividere in due un unico carillon, e senza resto,
cominciano i guai.
A. Bierce in Una conflagrazione mal riuscita

Il giorno dopo - e cioè il 4 di settembre - accadde qualcosa che impressionò
profondamente Roxana. Il signor Driscoll scoprì che gli mancava un'altra
piccola somma di denaro - che è un modo per dire che non si trattava di una
novità, ma che la cosa era già successa prima. In effetti era già accaduto tre
volte. Driscoll aveva perso la pazienza. Era una persona che si comportava in
modo assai umano verso gli schiavi e gli altri animali; era anche estremamente
comprensivo nei confronti degli errori della propria razza, ma i furti proprio
non li sopportava e chiaramente in casa sua c'era un ladro. Sicuramente il
ladro doveva essere uno dei suoi negri.
Bisognava ricorrere a misure drastiche.
M.
Twain in Wilson lo zuccone

Esordii
nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a
Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva
ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla
macchia, grassato due frati.
Giunto a
Foligno incominciai a conoscere le prime difficoltà del mestiere: non trovai
alcuno che volesse vendermi il legname necessario per rizzare la forca e
dovetti andar la notte a sfondare la porta d’un magazzino per provvedermelo. Ma
non per questo mi scoraggiai e in quattr’ore di lavoro assiduo ebbi preparata
la brava forca e le quattro scale che mi servivano.
Mastro
Titta in Memorie di un carnefice scritte da lui stesso

| inviato da lalama4 il 9/5/2008 alle 14:42 | |
13 febbraio 2008
ATTENZIONE
.jpg)
* * *
Carne mencia la letteratura, putredine infiorescente: disperata industria del cadavere. Maladetti scribacchini! Possiate crepare schiantati!! Gli editori, borghesi rinseccoliti come i testicoli d’un tifoso mesenterico… a me un tritacarne perdio!, da maciullarli fino a farne brandelli sanguinolenti (o esangui, a seconda): li gitteremo noi in pasto a rabbiose cagne magre! L’Espressione, nostra diva pagana!: anacoreti vagolanti nel deserto (ciechi dall’arsura) per attingere alla sua fonte primigenia, eppure sempre nova, ruscellante di frescura, alimento alla verzura croccante…
…Proprio qualche giorno fa mi intrattenevo – non senza farmene sonore beffe – con uno studentello in psssssicologia, uno di quelli capaci di squadernarvi in faccia una filza di nozioni inconfutabili e chiarificatrici circa l’animo di Tizio o di Cajo, nozioni valide per tutte le stagioni, s’intende; si piccava, il giovinastro, di parlar di letteratura a cuor leggero, col piglio di chi sa, fornito, tuttavia, di una conoscenza in materia fatta di sentito dire e di avari piluccamenti manualistici. Baricco, ecco chi gli piace al gaglioffo, come li crea lui i personaggi, il baricco, nessuno, nisciuno proprio… baricco baricco barricco barrocco barroccio biroccio di insulsaggini di furfanterie di pappa melensa di lana caprina… …giovani braccia strappate alla terra, beato chi troverà ristoro sul tuo lettino di psicopompo da due soldi!
L’idea del tritacarne, tuttaltro che peregrina, è invece da prendere in seria considerazione: visualizzi il lettore codesta fossa o strapiombo, rupe tarpeia dalle fauci meccaniche: un abisso di latebra rotto dalla luminescente macina incessante di lame sminuzzanti: pel sangue straripante dalle carni un canaletto di scolo laterale, da abbeverarci i bestioli selvatici che vi si avvicinassero condotti da istinto ematofago… I politicanti nostrani, va da sé, non ne sarebbero esenti dal vaglio severo della macina, e traguarderebbro la prova, certi del fatto loro, con sommo gaudio del popolino affamato e scorno massimo dei famigli.
La minutaglia coriandolante di cui è fatto il mondo, votata com’è al nichilismo più becero e insulso, un giorno ci ringrazierà, noi Lamellari, se non altro per esserci presi la briga di far frattaglie dei loro corpi di filistei.
* * *
Cigno biancardente membruto di collo e di foja bestiale, bislacca
ch’avvinghiò – esiziale nepente lira d’Apollo – Leda – e di Leda la pucchiacca!

(Vladimìr!)
| inviato da lalama4 il 13/2/2008 alle 1:13 | |
2 febbraio 2008
Letture lamellari
* * *
Tieng 'o cazz bello ritto tieng ritt 'o bello cazz 'o cazz bello tieng ritto ritto bello tieng 'o cazz.
'A cappiell rossa è gruoss Gruoss e rossa è 'a cappiell rossa è 'a cappiell gruoss 'a cappiell è rossa e gruoss
Sfunn 'o culo capo chino chino capo 'o culo sfunn capo, sfunn 'o culo, chino 'o culo capo chino sfunn
'O dito medio chiava 'a fiess 'a fiess chiava o' medio dito chiava 'o medio dito 'a fiess 'a fiess 'o medio chiava dito
Int'a vucca schiopp 'a gutta 'a gutta int'a vucca schiopp schiopp a vucca int'a gutta int'a gutta a vucca schiopp.
Tieng 'o cazz bello ritto tieng ritt 'o bello cazz 'o cazz bello tieng ritto ritto bello tieng 'o cazz.
| inviato da lalama4 il 2/2/2008 alle 20:52 | |
29 gennaio 2008
Sonata per i porci ne ho fatto man bassa…
E, appena letto il primo movimento, mi son detto che qualcosa da stroncare c’era pure: attorno all’osso scarnito di una vicenda stiracchiata qualche brandillo carnoso c’era. Ma già col secondo, infine col terzo e col quarto, la succosa burbanza stroncatoria della quale mi faccio perenne vanto ha lasciato il posto, immedicabilmente, alla più secca constatazione che, lì in mezzo, non c’era proprio nulla da stroncare. Via le brandille, persino il più piccolo osso midolloso – chessò, un’ulna – mancava all’appello: solo ossaglia aguzza. Con D’Amato si ripropone l’annosa questione, tutta italica invero, della frequente incapacità di taluni, più o meno periti della concrezione calcarea del racconto, i quali, forse sobillati da false ambizioni o pacche parentali d’incoraggiamento o mancanza d’autocritica o ardimento icaresco, si provano immancabilmente nell’arte romanzesca, finendo per partorire, al più, sciapi abbozzi. Ma la critica spesso è occhiuta e invidiosa, per non dire cieca e maldestra, mentecatta e pusilla: è il caso eclatante del Gaddus, il quale, a suo tempo, a detta di certi flaccidi scribacchini, poteva partorire eccellenti prosette d’arte, certo, però le medesime, quando accozzate assieme, non avrebbero neanche lontanamente potuto dirsi romanzo: niente di più falso. Ho sempre apprezzato i romanzi sbilenchi, incompleti, storpi, deformi, i romanzi scritti dagli scrittori di racconti. Due autori sopra gli altri: Gadda, appunto, e Kafka. La struttura come opra ingegneristica perfetta non sempre sazia il palato colla stessa oscena piacevolezza dei ripetuti titillamenti digitali balenanti dalle mani dei succitati arditi cultori del frammento, dello stile. In D’Amato, tuttavia, quasi niente di tutto ciò. A noi, ora. Il primo movimento è senz’altro frammentario, e serpeggia di repentini balzi temporali: dalla Castiglia nipote alla Castiglia nonna, alla Braciera a Welsenkirken alla fabbrichetta in sfacelo a Miehemed; e non mancano le stille saporose: tutte le microsequenze riservate alla Braciera fanno venire l’acquolina in bocca, ma già in questo è lecito lamentare un’avarizia di condimento, un andare al risparmio: lo stesso dicasi per la sequenza delle minzioni del vecchio sensale che durano il tempo di una mezza pisciata; un po’ meglio va con nonna Castiglia e addirittura c’è spreco – fino al pleonasmo – per la nipote, la cui deriva guardona, fosse stata coronata da qualche fatterello più salace, avremmo gridato al colpo d’ala (ma qui è gusto personale). E, del resto, dopo un accrocco di frasette che francamente non crocchiano per nulla, il romanzo s’apre con un’epifania ossimorica: la cacata uccellesca: alto e basso sembrano poter convivere e stridere con cozzi scintillanti per tutto il romanzo: il sego d’una vita-panella e la abissale tragedia kurda, la panella di farina di ceci che, mnesticamente, si metamorfosa in “patella regina”, il lezzo di rifrittura e, per le medesime nari, il profumo del tè e dell’incenso, un’anima riarsa e una fiorita amorosa nella medesima carcassa: tutte esche, però, che non pescano un pesciolino per minuscolo che sia, tutti specchietti per allodole. Soprattutto per questo, per aver provocato solo miraggi, il romanzo in questione va virilmente stroncato. Il miraggio ossimorico, infatti, è tale sia perché non carnificato da un adeguato stile, sia perché del tutto assente nelle ulteriori sequenze. Il primo movimento – chi lo nega? – è fitto di figure e personaggi che vengono abbozzati non senza sapidità ma, tranne che per la Castiglia nipote, non si va oltre la sapienza bozzettistica: e i bozzetti, peraltro, sono riservati solo alle femine, che i personaggi mascoli, inspiegabilmente – non solo Mihemed ma anche Abduallah e Alfio, e i Castiglia maschi tutti tranne che il primogenito – restano, in blocco, a uno stato larvale, fantasmatico (sarà la predilezione del satiresco D’Amato accordata alle femine e ai loro succhi velenosi e maliosi, chissà…). Spesseggia, nel primo capitolo, l’uso di termini in –oso e in –uzzo, a volte neologismi, i quali, assieme a certe costruzioni sintattiche tessute con sagacia, arieggiano saporosamente la lingua sicula: qui c’è solo da apprezzare. Ma deprecabili certe volgarità o idiozie lessicali impastate nella lingua: lontane dall’ottenere un abbassamento di registro hanno solamente il merito di stizzire nonché fastidiare il cultore del bello stile (certi anglicismi gratuiti, o la mania, in apparenza parodiante ma in realtà poco o punto straniante, di deformare e “volgarizzare” i modi di dire, i loci communes, è fuori dal mondo, odora più di paternalismo e iattanza autoriale che di verghiano discorso indiretto libero). Che il nostro, poi, si occupi di cose economiche nella vita di tutti i giorni lo sapevamo già, e non serviva ribadirlo con quelle stucchevolissime sequenze sulla conduzione della fabbrichetta, altro paternalismo autoriale d’accatto. Ma del primo capitolo, s’è detto, qualcosa da salvare c’è, e non poco per un esordiente. Il dramma vero e proprio, infatti, viene subito dopo: il secondo movimento è Abduallah che parla, introdotto come peggio non si poteva dalla chiusa del movimento I: alla nuda esposizione delle angherie subite nel corso dei secoli dai Kurdi viene messa la museruola narrativa, fingendo appunto che detta esposizione alquanto pedestre sia il racconto d’un personaggio del romanzo. Il terzo capitolo prosegue tale esposizione, e l’unica cosa apprezzabile è l’ironia, financo il sarcasmo, grazie al quale l’autore (perché qui la voce è quella dell’auctor) provoca un climax di tensione: ma siamo già alla polemica rabbiosa del moralista – si badi bene – e non alla sublimazione scrittoria che tale possibile rabbiosa polemica dovrebbe, trattandosi di romanzo, provocare. Il quarto movimento è il peggiore. Accanto alle spezzettate testimonianze (che siano vere o finte non ha alcuna importanza) di reduci di Halabia gasata ai tempi del buon Saddam (reduci anche solo spiritali), ecco un commento stracco, spesso pleonastico, inutilmente didascalico, del moralista incontrato poco prima, il quale, però, stavolta, col suo commento, non sa neanche creare – e non ci prova nemmeno – uno straccio di tensione, di pathos. Il destro visionario e allucinato che il racconto di quei fatti poteva ben fornire viene letteralmente gettato alle ortiche per uno stile raffazzonato che induce al pensiero di qualcosa di scritto per forza, perché bisognava condurre in porto l’agognato romanzo, e certo non a una ricercata neutralità, o assenza quasi, dell’autore stesso (come si potrebbe pensare sulle prime, quasi fosse dio a essere assente – cos’altro è il creatore del proprio libro, infatti, se non un divo, almeno per i propri personaggi?), ché altrimenti questi avrebbe realmente ceduto il campo senza stampare orme terrose (non basta, infatti, il grimaldello della tragedia kurda e l’impegno civile di chi si prende la briga di darne conto: la scrittura deve essere sempre sublimazione, sempre cirro o cirro-cumulo, e l’arte cosiddetta civile, morale o politica, engagé direbbe il filisteo, quanto a me, non m’è mai interessata, coltivando piuttosto, io sottoscritto, una concezione d’arte parnassiana). Degna corona all’abborracciata conclusione romanzesca è la postfazione: un peccato di gioventù direbbe il buonista; un grottesco e narcissico quadretto intimista, fatto di un imperdonabile autocompiacimento, per nulla ironico, dico io che sono lamellare della prima ora e che son caldo: ma almeno due risate sono garantite, assieme alla conoscenza del fatto che, nel lontano autunno del 2005, il buon D’Amato, nel giardino di casa sua, sogguardando un bisognoso d’acqua cactus racchio, fece man bassa del Macbeth (non prima di averne fatto dell’Otello) e, di riflesso, di certi fascicoletti sulle cose kurde: dopodiché via di corsa su internet: e sempre a mano bassa, s’intende.
(Vladimìr!)
* * *
 (Giorgio D'Amato, Sonata per i porci, Di Salvo editore, 10 euri)
| inviato da lalama4 il 29/1/2008 alle 15:11 | |
6 dicembre 2007
AZIONI LAMELLARE
un’azione dimostrativa lamellare

Sulla scia dei grandi futuristi, che spaesavano il placido ambiente posapiano colla loro burbanza… i giovini lamellari amano presentare la loro opera scintillante, il genio letterario, il piglio antiborghese attraverso incursioni memorabili!!!
Chiunque si trovasse a Roma non si faccia sfuggir l’occasione di vedere i nostri all’opera!
La presentazione della rivista sarà accompagnata da azioni rognose e a denti stretti dei nostri, che non perdono occasione di bestemmiare il loro disprezzo verso i flaccidi filistei delle lettere.

Ranocchio, Coudaric
per info dettagliate rivolgersi al blogger Zecche
| inviato da lalama4 il 6/12/2007 alle 1:42 | |
14 novembre 2007
Racconto lamellare
 Punti di pressione nell'agopuntura della Cina antica
* * *
Non ero aduso a spostarmi in città sui mezzi pubblici. Un giorno, qualche tempo fa, decisi di salire sulla metropolitana. Camminavo sfiancato su una strada del centro della città in un’ora antelucana, i vestiti infradiciati di sudore, le gambe mulinanti da un’intera giornata, del corpo sentivo come mio solo la testa. Senza accorgermene, nel tempo, il giorno era sdrucciolato nella notte come io feci di lì a poco sul marciapiede di pietra per via di una lurida chiazza scivolosa: guardavo sempre, maniacalmente, ciò che calpestavo nel mio incedere, tranne quella volta: la botta all’osso sacro sembrò avermi paralizzato il resto del corpo. Presi ad imprecare a vanvera, tanto non c’era nessuno in giro, tiravo in ballo le danzanti sfere celesti e le anime del purgatorio, ma dovetti aspettare una mezz’oretta sdraiato su un fianco prima di potermi tirare su. Claudicavo, e ogni passo lo scandivo con una bestemmia nuova: all’enorme talento sempre avuto per quel genere di cosucce sommavo l’estro che il dolore fisico aguzzava. Fui costretto, alla metropolitana. A quell’ora i vagoni erano un pigolante brulicame di lavoratori e studenti, mezzo assonnati tutti, mezzo imbestialiti per la levataccia, si vedeva per la pur scarsa luce degli occhi. Tanto nulla in superficie quanta pipinara qua sotto, un tale fottio di carne che divenni il primo degli imbestialiti: mi reggevo con tre dita che artigliavano un palo piantato lungo tutta l’altezza dello spazio, pressato sui tre lati rimanenti, quando sul quarto un unto grassone iniziò a rivestirmi di tepida rugiada proprio l’arto sguarnito, poiché l’altro lo tenevo in tasca, con possenti fiatate di naso. Tale ammasso adiposo, due incassati occhi porcini sgattaiolanti, una rada incolta pubescenza che cingeva uno spiazzo microcefalo, una ingluvie che veniva voglia di aggrapparcisi, un naso da vinolenti miasmi sottile e puntuto, la boccuccia tumida incorniciata da bianche infiorescenze... ...mi si para davanti, fissi gli occhietti nei miei, adamitico, la gente attorno svaporata. La pendula massa grassa gli forma un vestito naturale, un gonnellone che gli copre le pudenda e gli arriva fin quasi ai ginocchi. Tale fachiro, massiccio anomalo fachiro, tira fuori da sotto il gonnellone delle lunghe e sottili spine di pesce, nonché solidissime, ma sono aghi: è un furore mentre se li pianta sul vestito carnoso, il fachiro obeso, lo fa con perizia poiché ne esce una fontanella purulenta, da ciascuna delle inserzioni, che mi si adagia placida addosso. Le fistoline aumentano, mi fanno da tramite con un suo inesauribile serbatoio interno. La luce al neon della metropolitana filtrata da rivestimenti opachi ha le forze di disincarnare quel corpo tutto tranne che macilento, delineandone i contorni come a staccarlo dal resto. Dietro al molesto e astratto agopuntore, un codazzo di figure sottili e sfuggenti inizia una aerea danza di braccia incrociate serpentinamente avvivata dalle gambe ad angolo retto che sussultano in alternanza. A non essere da meno dei subalterni sodali, il punto prende a fare dei saltelli chiamando a raccolta le forze di una vita intera perché attivino i piedi gonfi, lo sforzo è tremendo ma sincronico coi movimenti retrostanti; finché le crasse gittate si ritirano in buon ordine: la trippa, cespuglio d’aculei: la bocca bamboccesca manda binomi di muggiti e trilli che cadenzano una rinnovata danza sparsa e sregolata, sfrenata, di corpi contorti e aggrovigliati, spappolati: le pappole più vicine sferzano la schiena del grassone con delle verghette di legno nodoso, questi allora prende a strapparsi straccetti di carne dai fianchi presto sanguinolenti, mi ci tappezza la faccia, io soffoco nell’immobilità...
(Vladimìr!)
| inviato da lalama4 il 14/11/2007 alle 21:24 | |
28 settembre 2007
Evento
ATTENZIONE
Si terrà sabato 29 settembre, presso la libreria Esquilibri
(via Giolitti 319, Roma)
un’azione dimostrativa lamellare

Sulla scia dei grandi futuristi, che spaesavano il placido ambiente posapiano colla loro burbanza… i giovini lamellari amano presentare la loro opera scintillante, il genio letterario, il piglio antiborghese attraverso incursioni memorabili!!!
Chiunque si trovasse a Roma non si faccia sfuggir l’occasione di vedere i nostri all’opera!
La presentazione della LAMA sarà accompagnata dalla distribuzione gratuita di croccanti fascicoletti della rivista;
vere e proprie perle letterarie!

a margine dell’evento il Blogger Zecche, presenterà un suo libro molto interessante
| inviato da lalama4 il 28/9/2007 alle 23:47 | |
21 giugno 2007
Plutone e Proserpina

"Chiusa nella morsa di ferro delle mani avide di Plutone, quel corpo femmineo, levigato e tenerissimo, contrasta con le forme scultorie dell'atletico Plutone"
Valentino Martinelli, BERNINI SCULTORE, Arnoldo Mondadori ed. - Milano 1953
| inviato da lalama4 il 21/6/2007 alle 22:3 | |
14 giugno 2007
Parla Mr. Oidocròp

Fulcanelli, i filistei e altre baggianate.
Diceva Fulcanelli, noto alchimista e uomo esoterico primonovecentesco, che nelle cattedrali, questi imponenti simulacri del divino, v’è una pietra, un mattone, un tassello, unico fulcro del madornale monumento: tolta la pietra-fulcro (o spostata di un minuzzolo), crollerebbe la cattedrale. Un gigante dai piedi d’argilla sarebbero dunque tali mostri gotici; ma solo agli occhi di colui che sa: il costruttore della cattedrale: l’uomo esoterico: le due figure finiscono col fondersi.
Ci si potrebbe legittimamente domandare: perché questi fenomenali ingegneri medievali, il cui nome è rimasto occultato per sempre senza eccezione, perché macchinare tale terribile dispositivo annichilente? Atterriti da tanta colpevole magnificenza che li faceva demiurghi quasi oltremondani, la minaccia della pietra-fulcro sarebbe stata forse per loro una benedetta sferza, cilicio perpetuo fustigante ogni demoniaco orgoglio? La grandezza cui può ambire l’uomo è nulla rispetto alla grandezza di dio tonitruante, la pietra-fulcro starebbe lì a dimostrarlo: le vette terrene, nient’altro che vette della disperazione.
Si pensi a questo, invece: la ghiribizzante fantasia di tali geni ingegneristici volle ammettere, pur dentro al delirio di perfezione – a irrobustirlo per ironia – di esattissimi calcoli matematici di pesi e contrappesi strutturali, un insignificante, impercettibile e purtuttavia esistente fallo, ma per puro gioco, per divertimento, una sciarada di onanista beffardo. Il sistema è talmente perfetto che il genio creatore inventerebbe, a suo uso e consumo, anche il modo per disinnescare la perfezione. Ma l’unico in grado di farlo è lui medesimo: morto lui, finito il gioco (o iniziato, chissà): il costruttore è onnipotente, gli altri mosche. Se per definizione è più facile distruggere che costruire, ciò non vale colle cattedrali: è paradossalmente facile distruggerle tanto quanto ciò è impossibile.
In ogni sistema risiederebbe dunque un punto nevralgico di rottura: a conoscerlo s’avrebbe per le mani un potere apocalittico. Altrimenti, solo congetture.
Fulcanelli, va detto per onestà, non attentò mai al crollo di alcuna cattedrale, forse per rispetto e ammirazione, forse per pregressa millanteria; forse perché non era uomo d’azione. Forse perché non gli interessava farlo, ma semplicemente dirlo: paventarlo.
* * *
Se penso alla letteratura oggi (alla letteratura più che a ciò che essa produce), vedo un serraglio di robustissimi filistei, robusti e quasi imbattibili; un manipolo di omarini inquadrati in file sterminate, ma ognuno ferocemente rispettoso del posto assegnatogli; una cattedrale che non esclude nessuno, le accoglie tutte le formicolanti strie di omiciattoli che fanno capoccella chiedendo permesso.
Non so chi siano i costruttori delle cattedrali odierne; anonimi come i colleghi medievali…
Io, mister Oidocròp, voglio emulare nei miei uzzoli scrittori l’ardimento dei primi strutturalisti mai nati sotto questa volta celeste: i costruttori di cattedrali! Perfetti i miei scritti, ma imperfettissimi: tanto imperfetti che il travisamento, lo scivolamento, il cambiamento d’una parolina ne annienti il valore.
A suo tempo, forte di una burbanza inestinguibile, già mi provai su schemi di dodici versi (et similia – vedi progettomisteroidocrop.ilcannocchiale.it ): ora vorrò provarmi su territori ben più estesi e ariosi.
Fulcanelli, solo un difetto ti riconosco: i natali francesi!
Muoia la Francia, viva l’Italia!
(Mister Oidocròp)
| inviato da lalama4 il 14/6/2007 alle 0:55 | |
31 maggio 2007
Putto ribelle

Maric Coudaric - Putto minaccia il cielo - 2007- inchiostro su carta
| inviato da il 31/5/2007 alle 15:20 | |
28 aprile 2007
OLIKIN

| inviato da il 28/4/2007 alle 18:43 | |
14 febbraio 2007
La beffa dei lamellari

Annibale Carracci "Testa di uomo che ride", Roma, Galleria Borghese olio su carta incollata su tela
L'uomo ride, ghigna... si beffa. Il secondo titolo dell'opera è, d'altronde, "Il buffone"; il buffone di professione si intende... il clown, il giullare, il saltimbanco, il cantore. Ma, facciamo subito a capirci, il buffone carraccesco non buffoneggia! non si mette a far piroette, frizzi lazzi e pernacchie, solo per contentare un pubblicuccio di famiglie filistee... d'altronde, guardatene l'espressione... guardatela bene... e capirete che ho ragione da vendere! Il buffone ghigna; sissignori... il buffone sfotte e si burla senza pietà. Prima si addobba e infagotta (notate che spasso il girocollo), si trucca e si ritrucca, si incostuma di tutto punto e poi, proprio quando vi aspettate un frizzo o una pernacchietta, un papillon che spruzza acqua o un palloncino multiforme, il buffone si ferma, vi guarda fisso in quegli occhi spenti d'una loffia speranza, e vi beffa. Vi beffa perdio.
Eccoci, noi lamellari: Davvero ridicoli nei nostri costumi quotidiani, (alla lettera... dovreste vederci come andiamo in giro vestiti)... ma proprio quella ridicolaggine diventa una beffa a chi ci guarda, a chi ci giudica... al filisteismo imperante che combattiamo con rabbia e violenza. E vi beffiamo signori... vi beffiamo!

"Come fulmin scagliato da Dio Il buffone colpirti saprà." Rigoletto
"ridi, Pagliaccio... e ognun applaudirà!" Pagliacci
Coudaric
| inviato da il 14/2/2007 alle 23:15 | |
9 febbraio 2007
Noi Lamellari - "LA VAGHEZZA NELLA VARIETA' DELL'ATTO"

A. Carracci, "il trionfo di Bacco e Arianna" (part.), 1597-1600
"Siede Bacco in carro d'oro vittorioso de gl'indiani; coronato di pampini posa il braccio e stringe il tirso a guisa di scettro con la destra ed inalza la sinistra, facendo pompa dell'uve mature e rosseggianti. Ma egli è si' delicato e molle, che mal reggendo il braccio sollevato, esce sotto la testa di un fauno, che lo regge e lo sostenta."
"Il carro di Bacco vien tirato dalle tigri legate al giogo: un fanciulletto fauno volge le spalle e posa un braccio sul dosso d'una tigre..."
(G. P Bellori, "Le vite de' pittori, scultori e architetti moderni", 1672)
A buon intenditor poche parole...
| inviato da il 9/2/2007 alle 23:30 | |
8 febbraio 2007

"evocava [...] un personaggio della commedia dell'arte, il Zanni, villano un pò sciocco e un pò folle, allora tanto in voga. Il protagonista del quadro [...] somiglia alla figura dello Zanni: ha il cappellaccio e i baffi spioventi, e in più, mangia i fagioli, attributo degli sciocchi. Forse davvero il Mangiafagioli potrebbe intitolarsi Il Zanni all'osteria... "
(S. Ginzburg, Annibale Carracci a Roma. Gli affreschi di Palazzo Farnese, Roma 2000)
| inviato da il 8/2/2007 alle 22:24 | |
7 febbraio 2007
LA LAMA
Chiunque voglia affrontarci in prima persona può contattarci alla nostra casella di posta ufficiale
LALAMA4@LIBERO.IT
I quattro capi lamellari saranno sempre pronti, a Roma e limitrofi, a qualunque confronto.

| inviato da il 7/2/2007 alle 1:58 | |
2 febbraio 2007

"L'uomo è colto nell'attimo in cui porta alla bocca una cucchiaiata di fagioli con tanto concitata voracità da risgocciolarne nella scodella parte della broda"
(Cricco, di Teodoro, Itinerario nell'arte vol. 2, Bologna, Zanichelli, 1996)
| inviato da il 2/2/2007 alle 19:13 | |
2 febbraio 2007
La Lama

Tiziano, Bacco e Arianna, 1520-1523
CHI SIAMO? COSA VOGLIAMO?
Nel mese di Gennaio dell'anno corrente, quattro giovani uomini di cultura romani partoriscono, dopo lunga gestazione, una rivista letteraria... figlia dei loro ingegni affilati, la titolano "La Lama".
Il Blog è un mezzo attraverso il quale, secondo i nostri quattro campioni, la rivista inizierà fatalmente a diffondersi, non solo tra gli amanti delle lettere e delle arti belle, ma tra chiunque abbia interesse ad un progetto culturale nuovo e rubesto.
LA RIVISTA?
La nostra rivista consta (come i Continiani gusti pel gelato) di numerose e innovative rubriche:
- LETTERATURA DI VIAGGIO sottorubriche: Città d'Italia, Appunti di viaggio, Studi geografici
- SAGGISTICA sottorubriche: Studi americani, saggi filosofico-letterari, cinema, musica e arte
- SCRITTURA CREATIVA
- POLITICA E SOCIETA'
E ORA?
Nel nostro blog proporremo stralci, tra i più sugosi, della rivista, chicche inedite, ma soprattutto un ricco apparato grafico-foto e disegni- (coscienti della impossibilità di gustare appieno un testo scritto sullo schermo di un computer).
Per info LALAMA4@LIBERO.IT
| inviato da il 2/2/2007 alle 18:22 | |
|