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8 settembre 2014

Estratto



Ecco qui di seguito un estratto da Le memorie di Gino Testa, Edizioni LaLama, 2004, Roma, cap. 7, pp. 304-311.


*      *      *






L’inverno lassù era brutale; nello stambugio che avevo preso in affitto, nelle ore notturne soprattutto, filtrava un’umidità tersa e pungente, che quasi ghiacciava l’acqua nella tazza del cesso. Allora trascorrevo il tempo a leggere e scrivere, avviluppato nella coperta di lana che la proprietaria, una zitella arcigna e spremuta come un limone, mi aveva venduto per un quarto di dollaro. Quando poi il primo sole iniziò a colorare le strade con tinte più tiepide, e il grano nelle vallate che vedevo dalla finestra si fece d’un giallo un poco più acceso, decisi che era tempo di trovarmi un lavoro.

Si chiamava Salvatore Tucci, napoletano sessantenne che conobbi per caso in un bar; fu lui a rimediarmi un posto come facchino nello stesso albergo nel quale era impiegato come cameriere. Di italiani, in quel lembo di America, ce n’erano pochi, e dunque alla bisogna ci si dava man forte. I napoletani stanno un po’ dappertutto, e il Tucci - ancora oggi (avrà tirato le cuoia da almeno quarant’anni) lo ricordo con affetto, nonostante ne persi i contatti appena lasciato il Nebraska - fu la mia salvezza in quel particolare momento della mia avventura statunitense.
- Guaglio’, tu t’ha’ mette ‘nda capa che pe’ ffa fortuna devi fatigà, sì, ma pure st’accuorto, capisci ammé, l’occasione… l’occasione.
Masticava ormai un napoletano imbastardito, ch’erano trent’anni che viveva lì, e mi prese subito in simpatia: quell’appena ventenne che viaggiava da solo, migliaia e migliaia di chilometri lontano da casa, gli ricordava a suo dire il figlio che non aveva mai avuto… anzi, il figlio legittimo che non aveva mai avuto, perché di bastardi, sempre a suo dire, ne aveva piantati tanti in giro per il mondo.
Salvatore Tucci era un sessantenne in forma: un po’ su di peso sì, ma che sfoggiava ancora una certa gagliardia fisica, una burba coriacea, vigorosa, che al primo impatto poteva metter soggezione. Portava i capelli pettinati all’indietro, con la brillantina, e quando era fuori sempre la coppola. Non gli pesava il fatto di fare il cameriere a quell’età; era ovviamente un caposala, e aveva più che altro compiti di gestione del personale e di coordinamento. In pratica non faceva nulla. Me ne accorsi già dal primo giorno di lavoro, mentre portavo per le scale l’enorme e pesantissimo baule di una ricca bagascia russa, bestemmiando a denti stretti. Il Tucci non faceva praticamente niente; girava per la sala impartendo ordini alle due cameriere americane. Spesso e volentieri, questo lo notai più in là, si intascava le mance destinate alle ragazze, o, peggio ancora, non segnava le bottiglie di vino sul conto per intascarsi di straforo un surplus di dollari. Aveva anche diretto accesso alla cassa ovviamente, e a quanto potei notare, di riffa o di raffa, derubava l’albergo di una trentina dollari di media a settimana: mi piacque subito.
- Statt’accuorto guagliò, tu st’appressammé, che ci troviamo bene. Siamo italiani!
Era pure un satiro consumato. Parlava e parlava e parlava continuamente di scopate a destra e manca, scopate furiose con donne americane di ogni età ed estrazione sociale; descriveva nel dettaglio dove gli aveva messo la sberla, per quanto tempo ce l’aveva tenuta, come l’aveva mossa e quanto aveva fatto godere la donna in questione.
- Je piace a queste… je piace o’ cazz italiano!
E mi spronava:
- A te nun te piace da chiavà, Gino? Devi chiavà pure te…
Effettivamente, tra l’inverno polare e nevoso, la ricerca di un impiego, il rovello superficiale dei dollari e quello profondo che mi rodeva da sempre, era parecchio che non davo di bega, e a poco a poco diventò un pensiero costante. Dovevo inchiavistellarmi una donna qualunque, la prima che ci stava. Assolutamente. Salvatore mi dava lezioni continue:
- Tu sientammé, quando gli porti o’ bagaglio a una donna in camera, mentre aspetti la mancia tirati fuori o’ ciscariello. Pure moscio… non fa niente. Tu tiralo fuori e poi vedi. Sientammé.
Mi aveva trovato lavoro, gli volevo bene a modo mio, ma sapevo che era un gran fanfarone, un cialtrone partenopeo, e visto che quel posto di lavoro era per me vitale mi guardai bene dal seguire quell’assurdo consiglio. Tuttavia le cose presero una piega positiva una sera di luglio.
Il Tucci oltre alle donne amava smodatamente il gioco.
- Eeee, ‘na puntatina!
Con le puntatine, quando gli girava di andare alla casa da gioco - e io andavo con lui, perché al di fuori del posto di lavoro avevamo preso la buona abitudine di vederci - ci si sparava in un soffio il guadagno (spesso e volentieri pure quello di straforo) di una settimana. Mi faceva impressione veder volare via tutti quei soldi in un tiro di dado, in una pallina rotolante o in una mano a Blackjack. Una puntata, un lancio, un ringhiare bestemmie, e poi si ripigliava. Capii molto sul reale valore del denaro in quelle fresche serate estive nel Nebraska.
Nella bella cittadina dove abitavamo di case da gioco degne di questo nome ce n’era solo una; il resto erano poco più che bische clandestine. Allora il venerdì sera s’andava assieme al Golden Star, un casone a tre piani che svettava contro le montagne azzurrine in lontananza. Io dimenticavo di proposito il documento d’identità, poiché per le leggi di allora, e non so se ancora funzioni così, alla mia età non potevo entrare in quei locali, né tantomeno scommettere. Il tizio all’ingresso, un grassone di origine nativo americana con la faccia color ruggine, mi ripeteva sempre la stessa solfa:
- Okay boy, come in, but you don’t have to gamble.
Tanto non avevo intenzione di scommettere, in quel periodo della mia vita ero straordinariamente savio, e mi piazzavo in un angolo a godermi le sfuriate rabbiose del Tucci che si svaporava venti o trenta dollari almeno, tirando in ballo tutti santi di Napoli e dintorni. Ma una sera vinse:
- Aaaaah (modulando alla napoletana) o’ ver’ qua?! Salvatore je l’ha messo n’gule… eeeeh!
Non si teneva; girava per la sala molestando gli altri giocatori, tanto che ebbi paura che qualcuno potesse venirci alle mani. Ma gli americani di quelle zone al tempo ci guardavano come fossimo bambini un po’ selvatici, con paziente e comprensiva indulgenza.
Al secondo piano del Golden Star c’era un grande bar arredato in stile western. Un lungo bancone di legno copriva quasi tutta la sala, e su una schiera di sgabelli simili a trespoli stavano accroccati a mandrie gli americani, tutti presi a tracannare birra e whiskey.
Naturalmente, oltre alle attività legali per cui la casa da gioco aveva tutte le licenze che orgogliosamente e preventivamente ostentava alle pareti del bar, sottobanco si trafficava anche in altra mercanzia. L’attento lettore avrà senz’altro capito.
La consorte del proprietario era un donnone dalla faccia di luna; un’americana del Nebraska che s’era data moglie a quell’indiano intraprendente, e s’era lanciata, appresso a lui, nella redditizia impresa di gestire il Golden Star. Era lei l’addetta allo smercio di donne, che si consumava al terzo piano, in bugigattoli bui e stretti nei quali c’entrava a malapena un attaccapanni, un comodino e un letto ad una piazza per scoparci su.
- Aaaaah, Daisy… I won, I won! (era uno spasso l’inglese del Tucci) and now… eeeeh! Tu mi capisci, you understand…
E mimò in modo del tutto esplicito come voleva impiegare i soldi della vincita. Faccia di luna sorrise bieca, mostrando una dentatura sgranellata come un viottolo di selci, e fece segno a Salvatore di seguirla su, al terzo piano dove si snodava l’intrico di stanzini. Allora lui mi chiamò accanto a se:
- Not only for me… the boy! Oggi chiavi pure tu Gino!
Doveva aver vinto tanto, mi ritrovai a pensare quasi automaticamente, ma non mi feci ripetere l’invito. La donna mi introdusse in uno di quei pertugi che s’aprivano ai lati di un lungo corridoio: pareva la celletta esagonale di un favo.
La situazione estremamente meschina, però, sono sincero, non mi tangeva in quel momento, ed ero sicuro non avrebbe minato la mia prestazione: sarebbe stata quello che doveva essere: la prestazione di un ventenne italiano che vuole fottere come si deve, e, perdio, adesso fotterà.
Sgusciò nell’antro, subito appresso a me ch’ero ancora con le brache indosso, un’indiana di una trentina d’anni circa. Aveva la pelle color kaki e una treccia nera che lasciava penzolare davanti lungo il petto, come la coda di una scimmia. Lei era completamente nuda eccetto che per un paio di mutandine striminzite: mi montò la bizza. L’abbrancai in un lampo come un Plutone inferocito, gli occhi strabuzzati, e la deposi sul letto. Sorrideva inerme, probabilmente consapevole di ciò che stava per capitarle. In un soffio feci volare a terra i miei bluejeans e la camicia; impugnai il mio totem infuocato e glielo schiaffai su per la berta, come ogni gentiluomo dovrebbe fare quando l’occasione non lascia scampo.
Dopo un quarto d’ora di quadriglia la mia possa pareva lontanissima dall’esaurirsi, e dunque l’indiana, che dapprima, mostrando d’aver imparato l’abc del mestiere, fingeva di godere mugolando col naso un sibilo come di piffero, prese a spassarsela davvero, come si deve, e passò a più convincenti stronfi rochi, velari, animaleschi.
Allora, irrognositomi come un cinghiale delle mie terre d’origine, aumentai anch’io la robustezza e la metronomica regolarità delle spinte, e in men che non si dica le feci strillare a piena voce tutta l’avemmaria. Il duetto che avevamo intrapreso era così rumoroso e tarantolato, a quel punto, che era praticamente impossibile passasse inosservato ai piani inferiori, tanto più che il lettino a molle cigolava paurosamente, quasi dovesse stampellarsi da un momento all’altro. E fu allora che, con un ghigno storto sulla bocca, Facciadiluna entrò improvvisamente nell’antro buio. Si piazzò, larga e pesante, contro lo stipite, facendolo cigolare, con dipinta sul viso tutta la voglia di godersi fino in fondo quello spettacolo straordinario.




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21 aprile 2014

Raccontino pasquale




*     *     *  

 


Pranzo pasquale, il primo senza nonno Anselmo: eravamo una masnada. Tanti, troppi… tutti intorno al tavolo, gomito a gomito, con le voci in coro difforme che s’accavallavano, a trinciare squisita carne d’agnello senza remore.

Il nonno era schiattato da tre settimane per un male al fegato: gran bevitore! Ogni volta che l’odore del Marsala mi stuzzica le froge, ancora oggi, mi riviene in mente nonno Anselmo in tutta la sua possanza. L’odore del Marsala e il dopobarba Floid; gran bevitore… e gran chiavatore il nonno Anselmo. Era il classico siculo dal sangue bollente: beveva e fotteva, fotteva e beveva. Le domestiche gliele dovevano strappare dalle mani; piantava scandali come fossero rutti, ad libitum. Si faceva pure prestare soldi, perché nonostante la famiglia possedesse un gruzzolo corposo, il fratello maggiore, data l’abitudine che aveva di scialacquare, spesso e volentieri glielo interdiva. S’era quindi sparato la pensione in donne, gioco d’azzardo e libagioni maestose. Spesso era ricorso al prestito; non si sapeva bene da chi… ma si temeva il peggio.

Subito dopo la morte - aveva sessantasette anni - l’ombra del debito s’era allungata su tutta la famiglia; incombente come una malattia sconosciuta o il presagio d’una catastrofe. Solo la parola bastava a far venire le nausee a nonna Rosaria: il debito… sangue della Madonna!

Nonna Rosaria era sempre stata in disparte; femmina mite, innamorata, pronta a sopportare con lo stoicismo del martire le intemperanze furibonde dell’uomo che aveva scelto di sposare e che le aveva dato sei figli.  Ora, durante il pranzo, pareva aver riacquistato vigore; calata perfettamente nella sua nuova condizione di vedova, dirigeva il banchetto pasquale come un direttore d’orchestra.

Non posso elencare tutti i presenti quel giorno; ma mi ripeto: s’era in tanti. E le portate erano continue e prepotenti: la regina era l’impanata d’agnello, con patate e carciofi al forno; la stavamo aggredendo quando squillò il telefono.  

Rispose zio Luigi, che si trovava vicino all’apparecchio, e l’espressione che gli si impresse sul viso dopo pochi secondi fece calare l’intera brigata in un profondo, surreale silenzio.

- Lu debitu.

Proferì a mezza voce appena riappesa la cornetta, e il silenzio si fece pietra.

- Ciamanu puru u jornu e’ Pasqua… bastardi!

Zio Franco si attaccò al telefono, e prese a ordire una ragnatela di telefonate. Amici; amici di amici; amici di amici di amici… non si sa quanta gente disturbò a quell’ora così sconveniente. Non sapeva manco lui cosa sperava di ottenere: informazioni, sostegno, solidarietà, rassicurazioni… tutto inutile. Sapevamo tutti che la ruota del debito aveva preso a cigolare, e ci avrebbe tritato come noi stavamo tritando il timballo e l’impanata.

Si trattava di Don Pepè, al secolo Giuseppe Varrà, ricco proprietario di immensi aranceti e persona dalle conoscenze poco raccomandabili; anzi, poco raccomandabile lui stesso, in primis.   Si iniziò a maledire il defunto con epiteti irripetibili; con ingiurie che tiravano in ballo madri e sorelle defunte da ormai troppi anni per risentirsene; poi la paura prese il posto della rabbia. Don Pepè… voleva i soldi, voleva si ripagasse tutto “lu debitu”, magari con l’aggiunta di sonori interessi. Era la fine. Si parlò di colletta; si iniziò ad insinuare tra i presenti la serpe dell’invidia e del sospetto.

- Tu si u’ chiù riccu ccà rintra!

- Niscisti foddi?! Caristi ru’ siggiuluni?! Eu tir’a campari…

- Parrhau u’ puvereddhu, parrhau!

- I sordi chi varagnu spariscono subitu! Tu ogni anno la villeggiatura ti fai…

Improvvisamente, colpi alla porta. Insistenti, continuati. Interruppero il clamore gettando nel panico più totale la compagnia. Erano già arrivati perdio. Gli esattori erano già alla porta, durante il banchetto pasquale.

Rimanemmo tutti impietriti ai nostri posti, incapaci di qualunque reazione. I colpi durarono una quindicina di secondi; lasso di tempo durante il quale, in silenzio, ci scambiavamo occhiate cariche di dubbi e paure. Noi bambini, che avevamo compreso le fila della vicenda, benché grossolanamente, parevamo statue di sale; qualcuno frignava senza emettere un suono.

Quando i colpi smisero improvvisamente, con tutta la cautela del mondo, zia Adele si avvicinò alla finestra e scostò un lembo della tenda per sbirciare fuori: un uomo basso, tarchiato, con indosso giacca e pantaloni viola, usciva dal nostro vialetto e rientrava in una macchina scura parcheggiata lì davanti.

L’angoscia riesplose, stavolta amplificata per cento; Don Pepè s’era già fatto sotto, il debito s’aveva da saldare, quello non era uomo da rinunciare a ciò che gli spettava; aveva dunque mandato uno dei suoi… un picciotto dei suoi. La situazione era nera; vie d’uscite non ce n’erano, e la nonna aveva preso a respirare con affanno. Le lacrimavano gli occhi.

“Don Pepè…  lu debitu… ammazzari… u dinaru…” le voci si accavallavano, tremolanti, incerte.

Il cibo ormai si stava freddando; e il banchetto di Pasqua, atteso da giorni, era stato irrimediabilmente rovinato dalla catastrofe imminente.

Di colpo, ancora botte alla porta, insistenti come prima. Non erano trascorsi nemmeno cinque minuti. Erano stavolta colpi ritmati, come a voler formare una qualche melodia; ogni colpo era uno spillo nel cuore della nonna, e di tutti noi. Ci stavamo cagando sotto.

Allora, lo ricordo come fosse oggi, s’alzo in piedi il cugino Antonio.

Aveva ventinove anni, e gli ultimi due li aveva passati a Chicago, nelle lontane americhe, a studiare (diceva lui) e a farsi mantenere da alcuni parenti emigrati oltreoceano un paio di generazioni fa.  Da quando era tornato, qualche mese ormai, si faceva chiamare Tony (con la Y, ci teneva, la marcava sempre quando apponeva una firma), non parlava mai in dialetto e si impomatava i capelli con ettolitri di gelatina.

Per noi bambini era un modello; ricco di fascino esotico, bello come il nonno Anselmo e pieno di storie su posti lontani e incredibili.

Disse sottovoce:

- Ci penso io… la risolvo io.

- E come? - chiese zio Franco

- Per le spicce. - Rispose lui, andando a mettersi sul lato destro della porta di casa. Sfilò da un portaombrelli un grosso palo da ombrellone, di ferro, e fece cenno a Franco di aprire la porta. I colpi intanto continuavano, mimando la ritmica di una sorta di canzoncina.

Franco, pallido in viso, si diresse alla porta lentamente. Aprì. L’uomo tarchiato, ritto nella sua giacca viola sorrideva dietro la soglia. Entrò in casa con quel sorriso stampato in volto, con nonchalance.

- Buonaseeeee...

Sdeng! In fronte. Una randellata terrificante, di quelle che fanno male anche se a prenderla è qualcun altro; basta vederla in prima persona o sentirne il suono. Una stecca sulla fronte che mandò il tarchiato al tappeto, facendolo afflosciare giù  a terra come un soufflé venuto male. Tutti restammo impalati a bocca aperta, non poteva essere vero: un uomo di Don Pepè steso così, alla brutta. Era la fine. Tony lo prese per i piedi e lo trascinò dentro casa.

Quando il tarchiato si riebbe, riemergendo dall’oblio poderoso in cui era stato gettato di prepotenza, si ritrovò nella cucina di casa nostra. A terra, sotto e tutto intorno a lui, era stata stesa una grossa tovaglia affinché il pavimento non si macchiasse. Il tarchiato balbettò qualcosa; ancora non aveva ritrovato l’uso della parola… sulla fronte il palo da ombrellone aveva lasciato una grossa striscia viola; anche gli occhi erano neri, e il naso era bizzarramente rivoltato da una parte. Tony era in piedi davanti a lui con uno stuzzicadenti in bocca. Parlò così, a nome di tutti:

- Don Pepè è un cagnaccio mica da poco. Se non ci facciamo vedere abbastanza rognosi, abbastanza cattivi, quello ci fa piangere. Dobbiamo esagerare, e dimostrargli che pure a noi, quando ci girano, ci girano forte.

- Co… come… come di…

La decisione era stata presa all’unanimità; come si fa in democrazia. Il sistema democratico l’aveva portato Tony dall’America; tutti avevamo detto la nostra, persino noi bambini, e s’era deciso di entrare in guerra.

- Che… che fate… che…

Continuava il tarchiato a balbettare. Nonna Rosaria, in piedi dietro di lui, brandiva la mannaia con la quale aveva sventrato il capretto il giorno prima. La sollevò con due mani…






permalink | inviato da lalama4 il 21/4/2014 alle 22:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

3 marzo 2014

Tre quadretti

Lamenti

di V.E.


Andrea Mantegna, Uomo giacente su una lastra di pietra

 

Un lavoro pulito

C’è un limite a tutto, mi dissi l’altro giorno dopo aver bastonato a sangue l’ennesimo malcapitato. Per quante precauzioni avessi preso, una ramificazione di schizzi di liquido ematico faceva bella mostra di sé sulla camicia. Il filisteo si trovava ancora lì, sul marciapiede, rantolante, e mi guardava di sguincio con negli occhi un riflesso di sfida: gli assestai un ultimo colpo in fronte, in modo da tramortirlo una buona volta. Ora non guardava più, neanche di sguincio.

Gli schizzi di sangue, dicevo. Non è possibile che ogni volta che Vito mi affidi un lavoretto facile facile, io lo debba poi sbrigare coi bastoni o le mazze ferrate. Nulla contro l’efficacia di tali grossolani strumenti: se devi spaccare ossa, frantumare crani e fare parecchio male non c’è niente di meglio di un mazzapicchio. Ma ci si sporca, e non solo le mani. In genere mi guarnisco di tutto punto come un damerino: mi insacco entro una tuta plastificata, che a vederla sembra più un sacco dell’immondizia, mi inguaino le scarpe in delle buste, e giù mazzate. A quel punto possono fiottarmi addosso anche pezzi di cervella, me ne frego. Ma quella volta, ahimè, la zip del sacco dell’immondizia era difettosa, e mi ritrovai l’albero genealogico del signor pincopalla (cerco in ogni modo di dimenticarmeli i nomi delle vittime – non voglio intasare la memoria con robaccia inutile!) vergato addosso in caratteri rosso sangue. Finii il lavoro, e me ne tornai a casa.

Mi tolsi la camicia facendo attenzione a non imbrattarmi le mani, la misi in lavatrice assieme al resto e azionai il pulsante dell’avvio. Cotone 30 gradi, un bel po’ di sapone, e passa la paura. Ma c’è un limite a tutto, ce l’ho io e ce l’ha la mia santa pazienza. A tutto c’è un limite: dovrò dirglielo a Vito, un giorno o l’altro.

 

 IcsIcsIcsElle

Guadagno bene, è vero: non mi lamento di questo. Ma gliel’ho detto più di una volta: non i calibri grossi. La mia fichetta ed io ne abbiamo le palle piene dei calibri grossi. Albert mi dice, il bellimbusto, che lui non può controllarglielo, ma me ne frego caro Albert dei miei stivali! A me i cazzi grossi fanno male. Strano per un puttana, vero: per essere strano è strano: ma una col talento sfacciato della meretrice e una fichetta piccola così che deve fare, la fame? E meno male che la maggior parte dei clienti ce l’ha piccolo e neanche troppo duro. Sennò dovrei mettermi a fare le pulizie.

In ogni caso ho trovato un sistema, che funziona statisticamente in almeno un caso su due: sono talmente brava colla bocca che, quando mi si presenta uno dal cazzo elefantiaco, lo faccio ejaculare grazie a quella guizzante lingua da ninfetta che mi ritrovo in quattro e quattr’otto: in quattro e quattr’otto lo faccio sborrare! Lui ci rimane di merda di solito, perché non se l’aspetta: sta lì impalato, non ha avuto neanche il tempo di grugnire che in un amen è bello che venuto: quasi arrossiscono in genere tali capi di bestiame. E io me la ridacchio, sempre sotto i baffi, non vorrei che si capisse che l’ho fatto apposta. Ho un vero talento per i bocchini, e lo sfrutto. E certe volte bevo, alla mia salute: mi piace troppo bere il frutto del peccato, come lo chiamava mia madre, buon’anima.

Ma quando trovi il resistente dal calibro grosso, lì sì che sono guai: sono guai! E allora dico un pater noster e mando giù il boccone amaro.

Prego sempre, prima di aprire bottega, perché se proprio si debba presentare uno di quelli, si presenti solo a fine giornata, quando un bel po’ di grana l’ho già racimolata. Quando il calibro grosso mi si presenta per primo, o per secondo (a me che, col mio talento, arrivo a smaltirne anche 20 in una giornata sola), c’è il serio rischio che debba chiudere bottega prima del tempo: e a me non piace perdere così tanti soldarelli, ma mi fa troppo male per continuare: la mia passerina è delicata, troppo delicata.

È per questo che glielo dico, a quel ritardato di Albert, controllali Albert, inventati qualcosa, ma assicurati che non siano calibri grossi: altrimenti sono guai, per me e per la mia fichetta, sono guai!

 

Gli inverecondi

Quanti sacrifici, e quanto sudore. Mia madre me lo ripeteva in continuazione: non sei abbastanza intelligente, lascia stare! E mio padre era certo del mio fallimento. Mentre mio fratello ridacchiava in continuazione alle mie spalle. Ci ho provato a penetrare il mistero di tanto livore, e ho concluso si trattasse di gelosia: i miei non sopportavano neanche l’idea dei successi che avrei mietuto di lì a breve, e potendo mi avrebbero affossato. Come si può vivere in una casa allevato da simili serpi? Ma alla fine della fiera credo che sia un bene, perché o si soccombe o, con quel veleno, ci si mitridatizza. Io mi ci sono mitridatizzato, col veleno di quelle serpi! Ed eccomi qua.

Potevo specializzarmi in qualunque cosa, una volta laureato, ma una vocina mi disse di imboccare la via della gastroenterologia. Non so neanch’io perché, ma certo non fu un capriccio. E col tempo divenne una passione.

Sono più che convinto che questo meraviglioso essere che è l’uomo sia in grado di abituarsi a tutto, nel tempo: a tutto. Ma c’è una cosa alla quale, dopo quindici anni di onorato mestiere, ancora non mi sono abituato: la colonscopia. Non è neanche tanto l’avere a che fare con deretani il più delle volte vecchi, flaccidi e adiposi, a disturbarmi. No. E neanche la merda che fiotta dal canale rettale una volta che la sonda sia dolcemente entrata. Il sistema in realtà è a prova di bomba, materialmente non entro in contatto in alcun modo con la materia fecale dei miei pazienti e c’è sempre un’assistente (mia moglie, santa donna), che presiede alle operazioni mentre io me ne sto bel bello allo schermo del rilevatore della sonda a sondare, appunto, che tutto sia come deve essere e tutto vada come deve. Non è questo.

È la faccia dei miei pazienti. Non è questione di fisiognomiche, ma di espressioni: il più delle volte quella disegnata su quelle maledette facce sembra, sulle prime, quella di chi stia per trasgredire a una legge non scritta ma inesorabile, e lì gongolo: lì vado in solluchero. Ma praticamente tutti riescono lo stesso a trasgredire con la baldanza del mentecatto. È quindici anni che mi chiedo: come fa in men che non si dica a quei cani rognosi a stamparglisi su quel grugno una faccia da agnellino? E come fanno a serbarla per tutto il tempo delle operazioni? Neanche a dire che il mio atteggiamento sia cortese o affabile: sono anzi sempre volutamente scontroso, freddo, indisponente, e spesso non stringo loro neanche le mani (sicuro che fino a un attimo prima l’abbiano usate per tirare lo sciacquone del cesso dopo aver scaricato tutto lo scaricabile grazie al lassativo ingurgitato solo poche ore prima – ovviamente neanche il lassativo più potente può nulla contro quelle che tecnicamente sono incrostazioni fecali vecchie magari anni, queste solo l’opera del sondino e del concomitante flusso di liquido che da quello continuamente spruzza le divelle). Io al posto loro mi vergognerei come un ladro, a farmi ficcare un sondino su per il culo! A fiottare merda come se piovesse nella vasca di raccolta al di sotto del lettino! Io a casa mia ho un cesso insonorizzato, al piano seminterrato, che uso solo io. Guai se mia moglie si avvicinasse anche solo per darmi la notizia che è appena scoppiata la terza guerra mondiale! E questi sordidi riescono con una nonchalance che ha del prodigioso a farsi penetrare l’ano su fino al colon da un estraneo, senza battere ciglio!

Tutto questo mi manda ai matti: mi manda ai matti! Vedere quelle facce pacifiche, serene, serafiche: ancora più serafiche dopo che, svuotati integralmente come non lo erano neanche quando nacquero da ogni residuo fecale, si sentono rinati e leggeri come pesi piuma, e non solo non c’è traccia di pudore in quei loro placidi visi da bovino, ma c’è piacere. So per certo come nei più ricettivi il sondino che si inabissa in quel lerciume provochi sonore scosse orgasmiche.

Avrei dovuto ascoltare mia madre, dar retta a mio padre, farmi scoraggiare da quella serpe di mio fratello: oggi non avrei la mia mercedes, la mia villa con piscina e il venti metri ormeggiato a Olbia, ma almeno non sarei costretto ogni santo giorno della mia vita a farmi rodere gli intestini da quelli ai quali gli intestini li benefico colla mia arte.




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20 febbraio 2014

Un raccontino salace

La minaccia del Black Hawk
di V.E.




Conobbi un tale una volta, un certo Mario Gambaroni. Eravamo entrambi appassionati di tecnica aeromodellistica, e avemmo modo di confrontare i nostri rispettivi aeromodelli alla fiera del settore che come ogni anno in febbraio si teneva a Modena.

Un tipo affabile quel Gambaroni, originario di Torino ma residente da qualche anno a Napoli per lavoro (era geologo e monitorava il monte Sterminatòr presso l’osservatorio vesuviano). Pelato integrale (forse un’alopecia), tondetto come una botticella, la pelle rosata lo rendeva simile a un insolito porcellino parlante. Dalla voce pareva aver assorbito come una spugna l’inflessione napolitana, e inoltre lo si sarebbe detto partenopeo anche per quel suo modo arruffone, gesticolante, bonario in sommo grado: difficile non volergli bene già dopo pochi minuti.

Fu proprio lui a rompere il ghiaccio, prendendo a pretesto il modellino di elicottero che per quell’occasione speciale avevo costruito: un Sikorsky UH-60 da assalto, anche detto Black Hawk, molto conosciuto all’epoca non solo per la sua diffusione militare su larga scala ma anche per il quasi omonimo film adrenalico che Ridley Scott aveva casualmente girato poco tempo prima (iniziai a lavorare a quel progetto molti mesi prima di sapere dell’uscita del kolossal hollywoodiano, a dire il vero, ma in ogni caso lo dovetti essenzialmente al grande regista britannico se il mio banchetto quell’anno riscosse tanto successo e tanta nutrita approvazione).

L’interesse del Gambaroni per il mio aeromodellino, tuttavia, mi parve strano. Dopo i convenevoli di rito, infatti, la sua meraviglia complimentosa per l’accuratezza dei particolari, fin nei minimi dettagli, dei quali la mia bestiolina volante poteva fregiarsi, e i miei doverosi e sinceri complimenti ricambiati all’indirizzo del suo Boeing AH-64 Apache, iniziò a parlare di tutt’altro, svariando dall’ornitologia della quale pure era appassionato (ce l’aveva chissà perché coi fenicotteri delle Ande, sulla cui evoluzione aveva tutta una sua teoria strampalata che andava a scuotere il nerbo – usò proprio questa espressione, scuotere ‘o nerbo – del darwinismo, fin dalle sue fondamenta, disse) alla consistenza di certi lapilli vulcanici sui quali vantava una decina di pubblicazioni scientifiche. Insomma, uno di quelli che ha “molto da dire e ben poco da ascoltare”, per costituzione direi psicofisica (come lui stesso ammise in quel suo assurdo napoletano venato di piemontese, quasi scusandosene, quando, forse un po’ annojato, gettai un velocissimo sguardo all’orologio).

Ma la cosa strana, dicevo, del suo interesse per il mio aeromodellino, era che mentre si strafogava di parole (non saprei dire meglio di uno che mentre parlava sembrava ingozzarsi) su questo e quello, lanciava delle veloci e curiosissime occhiatine alla mia bestiolina rotante. Era come se ne fosse magnetizzato, attratto irresistibilmente.

Sulle prime, beandomene, attribuii la cosa alla perfezione tecnica che ero riuscito a infondere in quell’elicotterino da guerra: ammetto che il mio narcisismo ne fu titillato. Ma poi capii che ci doveva essere dell’altro, non solo perché per fattura il suo Apache era forse anche migliore, ma anche per via di quegli sguardi non d’ammirazione, come inizialmente volli credere, ma piuttosto di inquietudine, di angoscia umida – il Gambaroni sudava a tutto spiano mentre parlava e occhieggiava, detergendosi con una salvietta che in breve divenne fradicia –, come di un medico che ausculti il torace immedicabilmente marcio di un paziente al quale vuole un bene dell’anima e, non potendo evitare di comunicargli la bruttissima novella, prenda tempo per trovare il modo il meno brusco possibile.

Fu un crescendo, per intensità e angoscia, fino a quando, forse per non rischiare di esplodere, come se tutto ciò che aveva detto fino ad allora ne fosse la necessaria e logica preparazione, me lo disse: “Una cosa, una cosa sola caro il mio Miglini: stia molto attento alla minaccia del Black Hawk!”, e mi scosse fraternamente la spalla destra, dopo essercisi quasi aggrappato con quella sua manina lardellata, con dipinta sul volto un’espressione di empatica rassegnazione.

Non capii, pensavo di aver frainteso… che diavolo c’entrava ora la minaccia d’obbleccòc (queste le parole precise per come foneticamente le intesi) con tutto il resto? Veniva forse messa in dubbio da quel ciarliero la mia capacità di manovrare abilmente l'aeromodellino senza provocare danni a cose o persone?

E se ne andò, congedandosi come con un vecchio amico, senza proferire altro, severamente ammutolito.

Rimasi di stucco. Per buoni trenta secondi dovetti fare la figura del salame imbambolato (per usare un’espressione cara a mia moglie) con chiunque mi avesse osservato anche solo di striscio; poi, riscossomi, ebbi la lucidità di ripassare a mente, per quanto alla bell’e meglio, quel fiume di parole che quel geologo mi aveva letteralmente riversato contro: conclusi che doveva trattarsi di un gran bizzarro, come se ne incontrano spesso a fiere ultraspecialistiche tipo quella. Negli anni a seguire, in quel di Modena non avemmo modo di incrociare le nostre traiettorie neanche più per sbaglio.

Quando la sera stessa, rincasato a Forlì, sfogai con baldanza la foja virile dentro al talamo, Gambaroni svaporò in men che non si dica in un ricordo lontano e offuscato.

 

L’altro giorno, la folgorazione.

Sono trascorsi più di dieci anni (tredici, per l’esattezza) dai fatterelli testé enunciati, e mai avrei creduto possibile che una notizia letta di sguincio sul giornale li avrebbe resuscitati dai recessi della memoria tutti interi. Soprattutto mai avrei creduto di poter dare un senso alla frasetta tanto sconclusionata con la quale quel gran bizzarro si congedò repentino...

Eppure è successo. Ed è proprio vero: alla follia non c’è mai fine, su questo maledetto sasso roteante nello spazio che tutti chiamiamo terra!

Aggiungo solo un ultimo appunto, prima di riportare integralmente l’articoletto di giornale in questione, ed è la morale che presumo di aver tratto da questa insolita vicenda: come in un redde rationem inesorabile e fatale, e autoprofetico per giunta, se temi una cosa, prima o poi dovrai farci i conti.

 

 

Notte di sangue sul Vesuvio

(dal Corriere della Sera del 18 febbraio 2014)

 

Napoli. Sono stati due ragazzi rispettivamente di 21 e 17 anni, Mario Aglione e Giulietta Ciappa, giovani fidanzati che si trovavano da quelle parti per amoreggiare, a chiamare le forze dell’ordine, accorse fulmineamente nei pressi del Colle del Salvatore, poco sopra Ercolano.

Riverso a terra, morto, a pochi metri da quell’Osservatorio Vesuviano presso il quale lavorava da più di quindici anni, Mario Gambaroni, 53 anni, geologo originario di Collegno, nel torinese.

Agghiacciante la scena alla quale hanno dovuto assistere loro malgrado i due fidanzatini di Pozzuoli. Il corpo del Gambaroni, seminudo, giaceva prono colla bocca spalancata priva di molti denti dell’arcata superiore e di quasi tutti quelli dell’arcata inferiore, quando i due giovani sono accorsi dai cespugli lì vicino richiamati da degli strani, insistenti mugolii, a detta della ragazza come soffocati.

Tarchiato e basso, a torso completamente scoperto, coi pantaloni in pelle nera calati fin quasi alle caviglie, le natiche dello scienziato mostravano chiari segni di violenza, evidenziati da una pozza di sangue ancora freschissimo e da schizzi tutto attorno alla zona dell’ano, che ha continuato a fiottare liquido ematico anche quando il Gambaroni, privo ormai di coscienza nonostante il soccorso dell’Aglione e della fidanzata, è poi spirato in capo a due, tre minuti al massimo.

La sagoma di un uomo corpulento, alto, coi pantaloni slacciati, è stata vista dalla ragazza fuggire a perdifiato lungo il versante sud del declivio, mentre il ragazzo è pronto a giurare che si trattasse di un uomo di colore. Su questi particolari gli inquirenti mantengono un assoluto riserbo.

Nunzio De Vito, suo collega all’Osservatorio accorso d’un balzo sulla scena del crimine dal turno di notte al suono delle sirene della gazzella dei cc, e artefice del riconoscimento del cadavere, lo ricorda come un tipo affabile e simpatico, sempre pronto alla battuta e allo scherzo. “Era strano però”, ci dice in confidenza, “si vedeva che nascondeva qualcosa, un non so che…”.

Che gli inquirenti finiscano coll’indagare negli ambienti dell’omosessualità campana e nel giro della droga (è stata ritrovata nella tasca posteriore del pantalone del Gambaroni una bustina di cocaina, e un’altra, quasi vuota, a dieci metri dal corpo, sporca di sangue) ci pare abbastanza scontato, anche se in casi come questo nessuna pista può essere esclusa del tutto, neanche quella della violenza gratuita o di una semplice rapina finita poi nel peggiore dei modi (pare non essere stata ritrovata traccia alcuna del portafogli e dei documenti di identità della vittima, e neanche le sue chiavi di casa).

Il Gambaroni sembrerebbe non avere parenti: napoletano d’adozione, non era sposato, e viveva in affitto in una stanza presso l’abitazione di G.S., a Ercolano.

La vera stranezza di tutta la vicenda, che ci auguriamo possa essere risolta il prima possibile dagli inquirenti della stazione dei carabinieri di Ercolano, è che la diciassettenne Giulietta Ciappa ha avuto la prontezza di cogliere una frase, per quanto sconnessa, scaracchiata da quelle fauci quasi del tutto sdentate.

“Obbleccòc, obbleccòc…” sembrerebbero essere state, tra i rantoli e i fiotti di sangue, le ultimissime parole del Gambaroni, il quale, prossimo alla morte, evidentemente non doveva essere più in grado di intendere e di volere. A meno che con quello stentato obbleccòc il ricercatore torinese non intendesse fornire, con un ultimo guizzo di estrema, quasi delirante lucidità, un indizio vitale (forse in codice?) per il ritrovamento del proprio carnefice. Un nome? Un luogo? Un oggetto?

Per ora, tuttavia, su questa strana vicenda di sangue aleggia una coltre nera e spessa di mistero almeno quanto quella di questa umidissima notte di morte che neanche la luna piena lassù in alto riesce a penetrare.

 

Ciro Muccariello




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11 dicembre 2013

Premessa






Burbanza e deboscia a tutti i costi.



In alcuni ingegni grandi, sfioranti la genialità, la smania raziocinante e il bisogno d’azione portano presto all’allontanamento dall’arte vera, dalla creazione poetica. Tale è stato colui che si cela dietro l’invadente pseudonimo di “Mister Oidocròp”: smanioso raziocinante e bisognoso d’azione.

D’alcune efferatezze e scelleratezze e atti gratuiti dell’Oidocròp si parlerà con dovizia di particolari in numeri successivi della rivista, ché non manca materia da far sganasciare il lettore.

E non manca per via di un ritrovamento eccezionale: documento per gli spiriti bassi, monumento per gli eletti. Un testo, una confessione sublimata, pagine e pagine inchiostrate di sangue e di sperma disseminati con tale perizia di tecnica e potenza d’istinto da irrorare e inseminare vitalmente chi legge. All’insegna di un motto, che del testo ritrovato è il titolo e che si è scelto come incipit in grassetto a questa breve premessa: “Burbanza e deboscia a tutti i costi”.

Un prosimetro. Che stile, signori! E che mente, quell’Oidocròp!

Riporteremo, per stralci, poiché altra forma non concede se non quella dello stralcio la brevità tiranneggiata dallo strumento-rivista (agile e affascinante), prosa e versi. Provando la mirabile fusione, in questo uomo ancora nominalmente sconosciuto, tra arte e vita, enjambement e stantuffo.

Ci dole avvisare il lettore d’una inopinata fuga di notizie (e di materiale), clandestina quanto colui (o colei) che tale fuga ha propiziato e favorito: a ciò si deve la creazione d’un ignominioso BLOG, pubblicato su internet, ovvero progettomisteroidocrop.ilcannocchiale.it, che non fa onore, data la abborracciata cura filologica, alla pagina oidocroppiana.

Per dimostrarlo, ecco pubblicate, in questo numero primo de La Lama, due brevissime poesie, misura prediletta dal poeta, il cui rispetto dell’originale rende merito all’autore e sbugiarda i clandestini i quali, abbiamo motivo di credere, non possiedono null’altro oltre al materiale già pubblicato sull’ignominioso blog progettomisteroidocrop.ilcannocchiale.it.

 Se potessimo, ai clandestini, gli metteremmo la mordacchia.






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25 novembre 2013

Puntata n.1

Dai diari segreti del mai abbastanza compianto Teofrasto Bruseghin, pubblichiamo di seguito un adattamento in forma di racconto a puntate curato dal nostro Gino Testa.




Prima puntata: di come il nostro irretisce una Angelina Jolie intenta a divorare hàmburger, e delle mille e una ragioni che portarono un tale ad accusare George W. Bush di essere usurpatore di Joseph Ratzinger.

 

Niente, volevo raccontarvi a puntate – perché è una cosa che merita e che va assaporata a piccole dosi – di quella volta che mi chiavai Angelina Jolie.

Adesso s’è fatta estirpare le tette e, detto fra noi, non la toccherei neanche con un dito la cagna, però quella volta, tre anni fa, che la incontrai a Hollywood, era ancora in uno stato più che appetibile.

Iniziò tutto così. Stavamo entrambi al Mac nei pressi dei Warner Bros Studios, lei per una pausa di mezza giornata dal film che allora stava girando (non ricordo quale, ma che importa?), io per turismo sessuale. Ovviamente nessuno dei due aveva ancora notato l’altro e nessuno dei due neanche immaginava cosa, di lì a neanche mezz’ora, sarebbe successo: entrambi ignoravamo lo scatenatamento dei sensi che ci avrebbe travolto e avrebbe segnato per sempre le nostre misere esistenze.

Come un cane da punta avevo iniziato ad adocchiare le possibili prede dentro al locale fino a quando – non credevo ai miei occhi! – non ti vedo Angelina che divorava un panino straripante di quella merda rossa che gli americani chiamano ketchup. L’attrice si stava letteralmente strafogando, e la sua foja mangereccia mi ingrifò non poco.

La preda era sotto tiro.

Decisi prima di ogni altra cosa, ovvero dopo aver individuato la mia preda, di attuare la tattica “del bastone animato”, come la chiamò una volta in confidenza il mio amico Apollinaire, che consiste in questo: slacciarsi la patta del pantalone e, l’uccello semieretto, fargli fare capoccella da suddetta patta manovrandone abilmente il su-e-giù attraverso quella che potrebbe dirsi “una stretta prostatica” con successivo rilassamento delle pelvi.

In breve: mi avvicinai al suo tavolo – per inciso, stava in compagnia del maritino Brad – e, facendo finta di nulla, le resi impossibile, considerato il suo spettro visivo, non vedere la manovra da uccellatore che avevo iniziato a mettere in atto.

Non sono poi così fesso, e avevo messo in conto prima di cominciarlo i rischi che con tale ardimento correvo: anzitutto c’è da dire che le leggi degli stati americani sono tra le più strambe: dal divieto di indossare slip color lavanda del Minnesota all’obbligo di lavarsi i denti prima di defecare nello stato del Wyoming, tutte fanno ritenere che non avesse poi torto colui che, vicino a papa Ratzinger, definì Bush un usurpatore poiché si travestiva con un fedelissimo costume da papa alle sedute del Bohemian Club.

In buona sostanza, ne sapevo parecchie di leggi e leggine dello stato della California, e pur essendo sicuro che non ci fosse neanche un codicillo che impediva alla mia asta peniena di basculare davanti ad Angelina Jolie in un Mac nei pressi dei Warner Bros Studios, non ne ero del tutto sicuro… Di Brad a dire il vero non mi curavo, perché sapevo che è di larghe vedute – in caso contrario non avrebbe mai potuto consigliare l’ingestione della propria urina in un contenuto speciale del film Fight club dicendo, cosa peraltro vera, che si tratta di un liquido sterile –, ma mi dava francamente fastidio anche solo l’idea di eccitare la produzione di bava dall’orifizio boccale degli avventori del locale grazie a quel bendidio italiano che avrei generosamente squadernato attraverso la patta socchiusa, certo più di quanto già non lo fosse – eccitata – davanti a quegli hàmburger stracolmi di ogni schifezza di salse. E non sopportavo l’odore di fritto, e di altre aberrazioni olfattive, che lì dentro aleggiava come nebbia densa, cosa che avrebbe potuto inficiare, facendomi distrarre, la riuscita scenicamente perfetta del movimento penieno.

Ma così non fu: Brad, come previsto, accolse il beau geste con soddisfazione da attore consumato il quale, privo di invidia, ammiri con devozione la performance di uno che la sa più lunga di lui; gli avventori, troppo presi dall’azione del divorare i propri hàmburger, non ci fecero caso; e benché un poliziotto, attraverso il vetro che dava sulla strada, fissò la scena con tanto di strabuzzamento di occhi, e la filmò per giunta col suo iPhone©, non ci furono conseguenze penali di alcun genere: se perché non esista effettivamente alcuna legge nello stato della California che impedisca il basculamento penieno in un locale pubblico o perché il poliziotto, troppo eccitato, dovette in men che non si dica andare a scaricare al cesso – entrò nel locale e corse al bagno, fissando finché poté la scenetta seduttoria di cui ero regista e attore a un tempo e attento contemporaneamente a riprendere la scena in hd col suo iPhone© – e quando ne uscì non trovò lì che Brad, questo non è mai stato appurato.

Andò insomma secondo i piani più rosei: la Jolie fu irretita inesorabilmente. Fu come ipnotizzata da quella danza fallica, follemente eccitata (me lo diceva il continuo sfregamento cui, come mosso da un riflesso condizionato, l’indice sottile e ben tornito della mano destra sottoponeva la sua passerina attraverso i vestiti), felicemente propensa ad approfondire la conoscenza con me.

 

Continua…






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26 settembre 2013

Un sottile ragionamento di scienza politica per chi non c’era arrivato da solo.



*      *      *

Ci si chiede da più parti quale sia il criterio per il quale un partito politico oggi, in occidente, elegga tizio o cajo a figura mediaticamente efficace.

Si prenda il caso, del tutto congetturale, di uno dei due partiti di maggioranza di uno stato democratico, e di due figure femminili (tizia e caja dunque) piuttosto invadenti nel panorama televisivo, cui si alluderà con una sigla che includa prima e ultima lettera del nome di fantasia per evitare che l’esempio del tutto congetturale sia scambiato per allusione a fatti e persone reali, e dunque per non incorrere in spiacevoli e del tutto assurde querele: S-è. e G-i.
Mettiamo che la prima faccia sfoggio di una tipica aria sognante da troia consumata, pompinara all’ultimo stadio che morirebbe se ogni giorno non succhiasse almeno una decina di cazzi – si legga: morirebbe d’astinenza da sperma – (che poi praticasse sul serio o no poco importa, la fisiognomica è scienza esatta).
D’altro canto, la seconda, la G-i., si vuol ipotizzare che sia palesemente brutta, palesemente stupida, palesemente ottusa, la sua voce, lontana dall’essere lubricamente vellutata, che sia fastidiosa e stucchevole (non si vuol entrare qui nel merito del putridume che, per ipotesi, dalle fogne di ciascuna di queste due campionesse venisse spurgato senza sosta): tali caratteristiche peculiari, tuttavia, poniamo che la buona G-i. le condivida in pieno con la prima, la S-è, in modo del tutto innegabile: venendole tuttavia a mancare, alla G-i, tutto il resto, ovvero l’apparenza da maitresse prossima alla rottamazione i cui pertugi si immaginino sbrindellati e logori al punto da essere inagibili o quasi. E allora? Perché la G-i.? La S-è., come abbiamo visto, potrebbe almeno attizzare le fantasime perversissime di qualche allupato allo stato brado.
Mah! Anzi: Bah!
Poi, però, si potrebbe anche pensare (si segua lo stringente sillogismo, per piacere): se G-i. (altro campione dello stesso partito di maggioranza di cui sopra, stavolta maschio) [viene usata anche stavolta un’accortezza anti-querela simile] è sposato; se, dunque, c’è stata almeno una femmina sulla faccia della terra e trarre piacere sessuale – o a far finta di farlo – dalle forse nascoste doti del suddetto, pur essendo questi di apparenza infima, sdrucita, sciocca al massimo grado e, in una parola sola: repellente; allora, può esistere anche qualcuno che, intorpidito fin nelle midolla, possa scambiare il sembiante della G-i per quello di una figura su cui fantasticare sessualmente.
Perché a molti ormai una cosa è chiara, una almeno: che una femmina (o un maschio invero, a seconda del sesso della controparte; ma per il maschio i modi sono più subdoli…) che viene sbattuta in televisione, che sia velina in un programma di intrattenimento o suora clarissa in un programma di religione, lo è – sbattuta – solo per destare le fantasime sessuali del telespettatore medio. E allora, magari, con la G-i, si è voluto andare a intercettare quella fetta di utenza più sottilmente perversa, più sottilmente masochista, così come, da parte del secondo partito di maggioranza di questo congetturale stato occidentale democratico, si è fatto con la claustrale B-i [stesso accorgimento di cui sopra].
Sì, un ragionamento simile ci potrebbe pure stare...
Insomma, per tirare i fili della speculazione: i politici – o chi per loro – di questo congetturale stato occidentale sono dei furbacchioni madornali, e le pensano tutte, al punto che telespettatori ed elettori – nient’altro che dei perversi allupati – hanno almeno due o tre scelte, in fatto di immagini da fissare nel proprio cerebro – incarnate in questo o quel personaggio televisivo, maschio o femmina, politico o attoriale o pseudo-attoriale che sia, bruno/a o biondo/a – per ognuna delle proprie perversioncelle sessuali.

Ed eccovi servito su un piatto d’argento un fine ragionamento di scienza politica che potrete rivendere ai vostri amici intenti a sbocconcellare un’oliva verde durante un gustoso aperitivo: ragionamento il quale, essendo le sigle onomastiche del tutto casuali, potrete, a seconda dell’epoca e dello stato di cui farete parte, adattare ad libitum, facendo, ogni volta, un figurone, non mancando mai, nelle compagini politiche occidentali, una S-è, una G-i, un G-i o una B-i, proprio come uno Zanni, un Pulcinella, un Arlecchino o una Colombina si procura che non manchino mai in una seria commedia dell’arte.




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13 luglio 2013

Versi








*      *      *


Crocca, crocca
Polputa aragosta
Affila le spine
Bagnate di sale.
Strisciale piano
Sulla ruvida crosta
E pinza il nemico
‘Ché il morso fa male.

Arrivi da immensi
Oceani di pace
Esalando sfrigori
In fondo alla stiva.
E presa nel laccio
Un destino salace
T’attende bollente
Per bollirti viva.

Grida, sfrigola
Col carapace robusto e sanguigno.
Muori, srotola
Chimerica pace di sogno vermiglio.






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10 giugno 2013

Scrolling



*     *     *

Era qualche oretta che avevo preso a fare uno scrolling perpetuo con la rondella del mouse all’indirizzo internet del mio account facebook, come sotto ipnosi: avevo preso a concentrarmi, più del solito, sui volti femminili: chi, fra i miei numerosissimi contatti femmina, infatti, esponeva il suo vero volto, nove su dieci lo faceva manifestando un sorriso a trentadue fottuti denti, ammiccante, neanche tanto velatamente erotico, laddove il sorriso femminile il migliore possibile, a mio modesto avviso, è semmai senza denti, così che il cazzo che entri dentro quella fessura capiente possa non correre il rischio d’essere ferito neanche per sbaglio. Fu così che ricominciai con una pervicacia inimmaginabile a scorrere, direi ossessivamente, la mia pagina facebook, ma figurandomi con immaginazione potente, al posto di quei pericolosi denti, il nero del fondo della gola capiente. Ecco, ci siamo, mi dissi confortato, ora il senso erotico prorompe in pieno da quei volti femmina. Iniziai allora a segarmi sulla scorta di questa potente immaginazione figurativa: scrollavo e segavo, con convinzione. Quand’ecco che entrò mia madre in camera, o sarebbe meglio dire: irruppe mia madre in camera. Bestemmiai senza pensarci su due volte, e mia madre, forse non del tutto sconvolta dalla visione della mia asta peniena stantuffata con convinzione dalla mia mano sinistra (colla destra scrollavo) ma di certo indignata – chiesastica della prima ora – della mia sonora bestemmia, sbatté la porta con violenza: una rottura di coglioni in meno, pensai di riflesso. Continuai a segarmi su quelle bocche nere e fonde, sdentate, pronte al risucchio totale dell’asta, della mia asta peniena. Poi, di rincalzo, mi venne in mente di aver letto da qualche parte che in carcere, ai novellini che recalcitrano alle richieste di fellatio da parte dei più esagitati, li sdentano a suon di calci e pugni, così che neanche un movimento muscolare involontario, come di conato a contatto magari con un’asta peniena negra non troppo pulita, possa rischiare di attentare all’incolumità dell’attrezzo che fessuri la bocca del malcapitato: ebbene, questo pensierino rivoltante mi venne in mente proprio al momento dell’eiaculazione: da quello distratto e disgustato al tempo stesso, schizzai una parte consistente dello sperma sul monitor del computer: la sega era stata rovinata del tutto, del tutto, cazzo, da questo pensiero di merda! Fanculo. Rabbonitomi, tornai a scrollare.




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7 giugno 2013

Ode al mulo


  un mulo burbanzoso in una regione di montagna.


*      *      *


 
Nobile bestia dalla fava irsuta
che meni la soma con burba ridente;
al fattore che frusta, al villano che sputa
porgi il groppone ch’è assai prominente.
 
Con la bega sudata fai bagnar le puchiacche,
con denti rubesti tu trinci la biada
hai zoccoli tosti, orecchie bislacche
e in testa una nocchia e peluria un po' rada.
 
Tu sei mio fratello, bestia potente,
simili siamo nel cuore e nel gesto,
nella cotenna ch’è ‘sì resistente
ch’io posso gridare: “sono rubesto!”

 




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13 maggio 2013

Consiglio di lettura


Per tutti i lettori de LA LAMA

 

Non perdete il feuilleton di Raniero Marcovaldo dai Ricciumi

 

“I RIVALI”

 

In una Parigi mai così fosca si ordisce una trama di morte…

Buona lettura bestie.

 

http://feuilletonlamellare.blogspot.it/

 

 

L’opera è vietata ai minori di anni 18!








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5 maggio 2013

* * *



* * *

Ejettati a fontanella
Come fuoco d’artificio
Nella bocca d’Isabella
Come un fluido dentifricio

Semi tanti, tanti semini
Come di kiwi
Ma più piccoli: albini
Come topolini vivi,

Presi a elucubrar compìto:
Senza doglie nulla nasce…
Quello che la bocca ha empito
Ora il cul ne pasce.




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22 aprile 2013

Trascrizione integrale del discorso di insediamento del 22-4-2013

In camera caritatis… Il vecchio presidente si appresta a iniziare il gran discorso. L’attenzione è allo spasimo: fibre muscolari contratte, nervi tesi, fronti imperlate, cuori battenti... Il presidente entra in scena, scrosciano gli applausi, standing ovation. Il Presidente giura sulla costituzione.


- Signori, buonasera! [applausi]

- Costretto dalle circostanze, contro la mia volontà…[applausi – il Presidente fa cenno agli applauditori di placarsi, compiaciuto]

- Contro la mia volontà, dicevo [il Presidente si abbevera a un bicchiere di vetro], eccomi costretto, dopo sette anni, a parlare di nuovo davanti a voi, dopo aver giurato… [applausi, scroscianti].

- Ebbene, signori deputati, signora Presidente [si rivolge alla donna alla sua destra, piacente, sfiorandola con la mano rinseccolita], circostanze straordinarie mi hanno strappato a una meritata pensione [applausi]… il dovere di patria, il dovere di cittadino prima che di massima carica dello Stato, quel dovere che già i nostri padri costituenti [le parole iniziano a tremolare dalla commozione], che i nostri padri risorgimentali [commosso], i nostri…[applausi, standing ovation]

- Signori, il momento è critico. [sguardi riflessivi, tesi, da parte degli astanti]

- Signori deputati, signora Presidente [sguardo di sottecchi alla signora Presidente]… quando ieri l’altro una delegazione di voi è venuta da me – già ero pronto al trasloco – pregandomi [calca la parola] di rimettermi in sella a questo ronzino che è la nostra cara e beneamata nazione [applausi], ho pensato a voi, a voi tutti… Ai giovani, ai vecchi, alle nuove leve così come alle vecchie cariatidi [molti si guardano in giro, il tono del Presidente si fa fresco e affabulatorio]… ebbene, signori miei: mi sono detto: “Non posso lasciare al loro povero destino questi figli disgraziati della patria!” [applausi convinti – il Presidente beve]

- Non posso, e non voglio, mi sono detto e ripetuto, che la nazione vada allo sfacelo più completo [applausi convintissimi]. Noi non possiamo, noi non vogliamo! [calca oltremodo sul Noi - pausa]

- Voi, tutti voi, anche quelli che non c’erano, negli ultimi vent’anni avete fatto quel che vi pareva [applausi]

- Quel che vi pareva più giusto… Voi, e nient’altri che voi, avete mancato occasioni clamorose, non dico intrigando, corrompendo, mentendo o rubando… [applausi]

- Ma dando il meglio di voi stessi, certo, chi può negarlo? Voi, e solo voi, mi avreste costretto tante di quelle volte ad atti incostituzionali… [applausi, il Presidente s’asciuga con fazzoletto che tira fuori dal taschino interno della giacca le nari]

- …Se solo la mia sagacia presidenziale non avesse evitato di tramutare le intenzioni in carta cantante… [alla napoletana – sguardi perplessi]. Voi e solo voi avete ridotto questo paese alla miseria, economica e culturale… [applausi più che convinti]

- Pur non volendo, intendiamoci, pur non vo-len-do [sillaba con convinzione]. Voi e solo voi, amici miei, figli miei, avete tramato e tradito i nostri cari cittadini… [applausi sonori]

- O almeno così si dice… Senza tuttavia intenzione di fare del male a nessuno, che sia chiaro! [alla napoletana] E voi, proprio voi, ora, dovrete rimediare [applausi, standing ovation]… dove prima corrompevate e rubavate senza ritegno, al modo dei signorotti, ora che si trami al modo dei levantini [lo sguardo del piccolo presidente alla sinistra del Presidente, giulivo fino a quel momento, inizia a perdersi nel vuoto]  … Prima mentivate spudoratamente, ora siate più sottili e ironici… Dove prima agivate alla luce del sole, certi del fatto vostro, ora sia tenebra e nascondimento [tono affabulatorio]… Prima sbafavate, ora pilucchiate: serve più tempo per la stessa quantità, ma ci si arriva, ci si arriva [gli iniziali sguardi perplessi si fanno più concilianti, gli sguardi si rasserenano, sul volto del piccolo presidente torna un riflesso giulivo]… Prima arraffavate, ora la mano sia più gentile, con più grazia, così [prende dal tavolo di fronte delle monete d’oro con delicatezza]… Prima insozzavate, ora sporchiate, così, senza dare nell’occhio [butta a terra una cartaccia, senza dare nell’occhio – tentativo di applauso da parte di alcuni, che tuttavia non s’infiamma – la signora Presidente si guarda in giro mentre girella con dita nervose una penna]

- Cari onorevoli… So che molti di voi, lo so perché anch’io [beve]… so che molti di voi fanno uso costante di un medicinale particolare, bianco e polverulento [alla napoletana]…. Onorevoli, amici… è vero, so che c’è Salvatore, qui da voi, al bar, che è rifornitissimo di tale prezioso [calca la parola “prezioso”compiaciuto –  il piccolo presidente ghigna] medicamento… ma quanti tra di voi sono suoi affezionati clienti, siano meno irrispettosi nei confronti dei nuovi arrivati [applausi scroscianti dei nuovi]…perbacco! Che Salvatore possa dispensare il suo rimedio benefico a tutti in egual misura! Del resto, come ci dice la costituzione che i nostri padri [accenno di commozione] scrissero col sangue e le lacrime [pausa di commozione, applauso empatico]…

- La costituzione ci dice che siamo in democrazia, signori miei  [il “miei” alla napoletana]… Che a tutti vada un po’ di quella polvere bianca e medicamentosa! Siate ragionevoli [applausi dell’intero emiciclo].

- Signori parlamentari, signora presidente [sfiora la spalla della signora presidente alla sua destra], abbiamo problemi ben più gravi di cui parlare che quello del medicamento di cui tanto, tutti noi, ma in particolare i più vecchi fra noi, abbiamo bisogno! [applausi]

- E questo problema, signori miei, è che voi vi compiacete troppo! [silenzio]

- Onorevoli… [cambia foglio, ma si accorge che quello successivo non corrisponde alla continuazione del discorso, e allora improvvisa] ci siamo capiti! [applausi]

- Ora vorrei passare, se voi me lo permettete, se la signora Presidente [le tocca la spalla con convinzione senile] me lo concede, a un tema ancora più importante… [applausi, qualcuno si alza, il piccolo presidente è impaziente e si guarda attorno]

- Ora voglio parlare del funzionamento delle toilettes  [lo dice come si scrive, alla napoletana, silenzio degli astanti]. Non sono uso frequentare codesti luoghi di lavoro intellettuale prima che manuale, e non conoscevo il funzionamento dei vostri servizi igienici [alla napoletana]… Eppure, eppure… [esita]

- Insomma, per farla breve [s’asciuga la fronte lievemente imperlata]… entro mezz’ora fa nella toilette [pronuncia come si scrive, alla napoletana, in tono confidenziale] degli uòmini [alla napoletana], e chi ti vedo? Chi ti vedo? [pronuncia legata]… Non ti vedo la signora parlamentare xxxxx in posizione promiscua col signor parlamentare xxxxx?! [la trascrizione dei nomi è stata censurata dai servizi – ndr]

- Signori… gli spazi non vi mancano… che si faccia costruire, in separata sede – che so, dalle parti del corridoio xxxxxx [nome censurato dai servizi – ndr] un luogo deputato per i deputati [calcando, compiaciuto del giuoco di parole] che vogliano deputare [come prima] le proprie pudenda ad atti impudichi [vedi supra – applausi scroscianti].

- Signori, non merito i vostri applausi [applausi - applaude pure lui].

- Signori onorevoli, signora Presidente [il piccolo presidente si guarda in giro con guardo perso], so con certezza che siete dei brav’uomini! [applausi]

- Signori onorevoli, signora Presidente [il piccolo presidente ora è giulivo, ma lo sguardo rimane perso all’orizzonte], viva il parlamento, viva la repubblica, viva me! [applausi scroscianti, standing ovation, commozione del vecchio Presidente, il quale con un fazzoletto tirato fuori dalla tasca destra del pantalone – diverso rispetto a quello di prima – si asciuga i lacrimoni, si asciuga le nari e infine si asciuga gli angoli della bocca].


La signora Presidente chiama in causa il parlamento tutto, invita alla gioia e alla serenità. Gli onorevoli ricambiano con uno scrosciante applauso, al quale fanno coro il piccolo presidente e il vecchio Presidente. La signora Presidente chiude la seduta.




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10 aprile 2013

Nanni




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11 marzo 2013

Estratti


Proponiamo al fedele lettore qualche estratto dal vecchissimo romanzo, ad oggi introvabile, di Raniero Marcovaldo dai Ricciumi: “La ballata delle stagioni”.
Buona lettura!







*      *      *



Il silenzio è merce rara nel reparto geriatria; e quando arriva inaspettato, in punta di piedi, sembra fragile come carta velina, sempre sul punto di venir lacerato da una bestemmia, da uno sproloquio, da un rutto, da un peto, da un gargarismo o uno sbocco di catarro.
Un odore acre, rancido, veleggia sottile per i corridoi, per andarsi poi bestialmente ad inspessire dentro le stanze di degenza: lì diventa un puzzo a tratti mefitico, corrosivo: diventa l’odore di grumi di sostanze organiche in decomposizione rapida, di liquami secerniti con disperata rassegnazione.
Igina, la rumena, c’aveva fatto il callo… e vi si immergeva impassibile, anzi, direi quasi con un nonsoquale solletichìo proprio sotto la pancia.
[…]

Nella stanza numero 3 i quattro pazienti si ignoravano bellamente, nonostante condividessero lo stesso spazio e lo stesso ossigeno impestato da ormai quasi una settimana. Tra di loro, come tra tutti i degenti del reparto, vigeva una sorta di sfida sottintesa, alimentata da un’invidia e da una cattiveria possibili solo in determinate situazioni.
In quel caso, ognuno reputava peggiore la situazione dell’altro, o meglio, ci sperava… e soprattutto sperava di suscitare l’altrui bile ricevendo più visite da parte di parenti e amici.
Nel primo letto giaceva un moderatamente arzillo novantaduenne. Un prete: Don Costantino; debole di cuore. Era il più vecchio della stanza e, paradossalmente, il messo meglio.
Si alzava dal giaciglio, andava a pisciare (o almeno ci provava), si lamentava con gli infermieri e con gli operatori sanitari delle proprie condizioni e dei propri impedimenti; Possedeva un volto buono, e si rivolgeva sempre con garbo, quasi affettato, anche nei confronti dei parenti degli altri ricoverati. Spesso lo veniva a trovare un frate sui quaranta, con un viso imberbe e un po’ tonto, con il quale chiacchierava con tono paterno.
Nel secondo letto riposava l’antitesi del prete: il signor Rivaldi; messo piuttosto male. Malato di vescica, stava sdraiato immobile su un materasso particolare, che per forma e consistenza avrebbe dovuto alleviargli un poco la pena infernale che lo attanagliava.
Pallido come un lenzuolo, col viso sferico e pelato come un tordo, Rinaldi teneva gli occhi semichiusi e indagatori fissi su chiunque entrava in stanza.
Non sorrideva mai, con quel volto che trasudava una cattiveria rara - probabilmente, quando ancora in forze, era stato una persona capace di atti di violenza - tutta rappresa negli occhi, nello sguardo. Non proferiva mezza parola, neanche quando venivano a trovarlo i nipoti o gli amici… rimaneva invece con lo sguardo fisso e infuocato come a volerli incenerire.
Lo accudiva la figlia, oltre i cinquanta, ben curata, elegante, pia, che pareva non darsi pena dell’aria truce del vecchio, e gli imboccava omogeneizzati e acqua minerale (la suggeva da un cucchiaio di plastica).
Le uniche parole che Rinaldi pronunciava, gridandole addolorato come se gli si scorticasse la gola ogni volta, erano bestemmie d’una tale turpitudine, d’una tale ferocia… alla faccia del povero Don Costantino.
Nel terzo letto c’era un moribondo che andava e tornava dal coma diabetico. Vederlo faceva sinceramente male al cuore; stravaccato sul divano, rantolante un’agonia profonda e gridando di dolore ogni volta che il catetere gli drenava i liquidi. In continuazione invocava il nome di “Angelo”; il figlio che lo assisteva con una pazienza, sì certosina, ma che sembrava sempre sul punto di esaurirsi.
Nel quarto letto giaceva un signore coi baffi brizzolati e lo sguardo assente. Stava la maggior parte del tempo seduto sul letto col pannolone enorme in bella vista, a parlare e parlare e parlare - anche da solo, se nessuno c’era per ascoltarlo - dei figli, a suo dire avidi e vigliacchi, che non vedevano l’ora di vederlo tirar le cuoia per fottergli la casa e i pochi averi che possedeva.
Non taceva un istante, e nei suoi vaniloqui dimostrava anche una certa possanza, una certa verve fisica… era sicuramente il più in palla dei quattro.
[…]

Ogni notte, in tutto il reparto andava in scena un vero e proprio teatrino, ed ogni paziente sfogava, col favore del buio, il proprio malessere più profondo. Gli infermieri dormivano, e dormono tuttora, in una stanzetta che dà direttamente sul corridoio, pronti ad accorrere ad ogni chiamata dei malati tramite l’interruttore che ognuno di loro aveva accanto al letto.
Ma non sempre i poveri vecchi avevano la lucidità di premere l’interruttore; e allora, abbandonati a loro stessi nel fondo del fondo della notte, ne inventavano di ogni come veri e propri giocolieri della vita e della morte.
[…]

Il moribondo gridò il nome del figlio, col moccio che gli si irrancidiva in gola, lasciando che la propria angoscia sboccasse via tra i tubicini di silicone che gli punzecchiavano la vescica.
“Angelo!”
“Porca Madonna troia… lurida impestata!” Ringhiò di rimando tra i denti, ma distinguibilissimo, il Rinaldi.
Don Agostino deglutì a fatica.
Il signore coi baffi iniziò dunque ad armeggiare con il pannolone, entro il quale aveva appena piantato una cagata particolare: estremamente dura e di forma camaleontica. Il tubicino del catetere gli si immergeva nella microfessura cappellare, germogliando in un’infezione che lo infastidiva e indispettiva fino alla bestemmia:
“Ma porco Dio!” Fece eco al Rinaldi.
“Angelo! Angeloooo!” Continuava quell’altro piangendo.
Di fuori, la pioggia batteva costante alle finestre; qualche lampo sporadico schiariva la città immersa in una notte senza stelle.
“Mannaggia alla Madonna!”
[…]

Don Costantino si alzò a fatica, turbato; e dopo aver scavalcato con grande sforzo la sbarra del letto, si chiuse nel cesso a frignare.
Per qualche motivo insondabile - misteri della psiche umana! - la lucidità gli venne improvvisamente meno, ed uscì dal bagno mezzora dopo, nel concerto di bestemmie che intanto i tre campioni continuavano magistralmente ad orchestrare, completamente nudo… proprio nudo come un verme!
Trascinò allora il suo corpo rinseccolito e martoriato dalla varicosi fuori dalla stanza numero 3, e prese a girovagare, così, col cazzo pendulo e raggrinzito, pei corridoi dell’ospedale, in preda ad uno stato di profonda incoscienza, catatonico e spaesato come pochi.
Lo ritrovarono alle quattro e mezza circa di mattina, accasciato davanti al distributore di bibite in una sala d’attesa. Lo aveva probabilmente scambiato per un pulpito, ed era pronto a recitare l’omelia.







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19 febbraio 2013

Racconto lamellare



*        *        *




 

 

                                                         

Sulla banchina

 

 

 

 


Inesorabile scorrere del tempo, mi dicevo proprio ieri l'altro osservando il decimo (o undicesimo?) dopo il nono dopo l'ottavo dopo il settimo dopo il sesto dopo il quinto dopo il quarto dopo il terzo dopo il secondo e così via, in piedi su una banchina alternatamente affollata e vuota, i treni della metropolitana...

...basta adottare un sistema di calcolo: movimenti spaziali ad intervalli costanti, e il gioco è fatto. Così le lancette sul quadrante, tic-tac, in un tempo x ovvero secondi, minuti, ore, giorni... Per me, io farò a meno degli orologi, di ogni convenzione o accordo umano stabilito su questo terreno di gioco, adotterò un sistema nuovo: i treni che passano, tic-tac, nell’una e nell’altra direzione di marcia, tic-tac, considerati a partire da un istante x sulla banchina d’una stazione y, tic-tac: ecco il mio modo per imbrigliare il tempo, ecco l’uovo di Colombo!

L’utilità? Signori, suvvia, ridurreste il tutto a vile questione di guadagno? Sono un artista: l’originalità dello sghiribizzo non sta a me deciderla, sgorga come il boccio primaverile o come il foruncolo adolescenziale: i conti, fateceli voi.

C’era un inconveniente, lo ammetto: l’orario di sospensione del servizio dei treni. Dotandomi di adeguato abbonamento, stanti i termini del patto stretto tacitamente colla società che ne gestisce il funzionamento corretto, avrei avuto libero accesso ad ogni stazione metropolitana. Ma a mezzanotte? Come l’avrei calcolato il tempo da mezzanotte e un minuto?

Sssttt... silenzio, ecco l’errore! Che c’entrano i minuti, le mezzanotti e i mezzogiorni? Al diavolo! Il tempo, ora, lo scandivano i miei treni: che ore sono? Terzo Treno. A che ora vai a dormire? Al Centoseiesimo Treno. Cristallino.

Solo, avrei dovuto trasferirmi, baracca e burattini, su una banchina, la più congeniale al mio sistema, e lì sgranare tanto di occhi ad ogni passaggio di veicolo su binario perché il mio strumento di calcolo funzionasse con svizzera maniacalità. Sacco a pelo, viveri quanto basta, effetti personali lo stretto necessario, il giaciglio è pronto: eccola la mia specola privilegiata da osservatore dell’inosservabile (cos’altro volete che sia il tempo?).

All’inizio, i frequentatori della stazione da me prescelta, c’era chi storceva il naso, chi allibiva, chi se ne fregava; ora, almeno gli abituali, mi riconoscono e a volte amichevolmente salutano. Me ne sto rannicchiato in un cantuccio, quelli che ci lavorano in stazione mi sopportano a malapena ma sanno che ad ogni protesta, anche velata, sarei pronto a lottare colle unghie e coi denti per difendere i miei diritti squadernando un abbonamento firmato e controfirmato. E così calcolo il mio tempo in santa pace.

Certo: ci sono dei vizi di forma. Prendete i conducenti dei velivoli (in realtà veicoli, ma per eufonia opto per velivoli): l’orario di partenza non lo stabiliscono secondo il mio sistema neo-cronico (e come potrebbero?), ma secondo l’antico (e arretrato) sanzionato dagli orologi. Ci vorrebbe, me ne rendo ben conto, un sistema parallelo, una rete metropolitana altra, che permettesse a questi retrogradi conducenti di basarsi sul mio, e solo sul mio, di sistema. Ma questo ben congegnato sistema parallelo, allora, su cosa si baserebbe? L’aporia ha la sembianza d’essere insolubile, rischia di tramutarsi in una matrioska esasperante.

Ma ho le mie soddisfazioni: quando scocca il centosettantatrêsimo intervallo, ossia transita l’ultimo treno (il 173 appunto), la griglia temporale nella quale mi sono immerso anima e corpo finisce d’esistere, benché solo fino al successivo Treno Uno. È il grado zero del tempo. Un intervallo infinito, perché incalcolabilmente lungo (o incalcolabilmete breve, fate voi). Durante (o forse dentro) queste infinite vite, queste eterne esistenze, questi punti (o linee) temporali, croniche contrazioni (o decontrazioni), m’addormento. E sogno d’essere ucciso in mille modi diversi, in mille luoghi diversi, in mille mondi diversi.

Il Treno Uno, come per magia – avverto un tremito nel sangue – mi riscuote e sbalestra al mio lavoro che non mancherei per nulla al mondo.

Il notturno intervallo temporale – escursione nell’ignoto – mi permette di campare bene. Privatone – s’intende – m’ucciderei.



V. E




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18 gennaio 2013

da "Maschere"


L' OBESO CHE SCATTA



Mi affascinano quegli obesi che conciliano la mole spropositata e il sovrappeso cronico con la potenza devastante della locomotiva.
Avevo uno zio enorme, oltre il quintale senza dubbio, con un ventre gigantesco e tosto, duro al tatto… che però poteva macinare chilometri con quelle gambe massicce e potenti. Saliva le scale due a due carico di buste della spesa; come un inarrestabile camion lanciato in salita, che con un motore bestiale porti innanzi la sua mole!
Di solito questi obesi hanno gambe tozze e vigorose, con le quali possono scattare da un momento all’altro, senza un preavviso o un motivo valido. Scattano prepotenti con tutto il loro peso, esplicitando una potenza inopinata.
Sono spesso dotati di bomba esplosiva, utilizzabile all’occorrenza contro malcapitati mingherlini… un destro esplosivo, lento e prevedibile però, ma che per massa e incisività favorisce il knock-out.
Sono pure muniti di barba ispida e cisposa, untume sul corpo e occhiali da vista.
Tante volte fanno gli uomini di cultura, per mestiere o per diletto… poggiano i deretani sulle morbide poltrone e stanno ore e ore a studiare e a erudirsi. Ma sono sempre pronti allo scatto.
Voglio diventare uno di loro...
voglio mettermi all'ingrasso,
unto d'olio e di sudore!
Sai che foia, sai che spasso
arrancare per le strade con la forza di un trattore!
Lento e goffo ma potente;
con lo scatto nelle gambe,
isolato dalla gente
e concupito dalle donne...
Che, si sa, vogliono un toro
che sia rude, irsuto e truce.
Che le unga mentre affondi,
che le inchiodi sulla croce
con affondi goffi e immondi.
Che si esprima solo a grugni,
rutti, sputi, schiaffi e pugni...
E come un mulo da diporto
sgranocchi bene il loro aborto.






DM






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10 gennaio 2013

Dichiarazione autografa di un editore a pagamento







La posizione de “La Lama” nei confronti dell’editoria a pagamento è nota a chi ci segue. Molto tempo è passato da quando, su uno dei nostri primi fascicoletti cartacei, vedeva la luce il
Dialogo tra un editore lestofante e un poetello in erba; memorabile e salace pezzo letterario nel quale, già allora, la condanna si abbatteva, oltre che sul lestofante, sul giovane e ingenuo poeta, colpevole esclusivamente della propria dabbenaggine.
Spunto per riaprire la discussione ci viene da una lettera giunta in redazione per via telematica - che qui di seguito riportiamo integralmente, offuscando solo, per ragioni legali, nomi e cognomi - nella quale un rampante editore a pagamento grida al mondo le sue ragioni.
L’editoria a pagamento è diretta e meccanica conseguenza del proliferare, quasi a mo’ di virus, di giovani e meno giovani poetucoli, scribacchini, romanzieri della domenica. 
In Italia nessuno legge libri, ma molti ne scrivono, appestando l’ormai fatiscente cittadella delle lettere con i propri escrementi in versi e prosa. E allora, non fa bene qualche onesto furbacchione ad arricchirsi alle spalle di questi “disperati della letteratura”? Non fa bene a svuotar loro le tasche, lasciando che continuino a bearsi delle pie illusioni che li spingono a scrivere?
Ecco di seguito la lettera giuntaci in redazione. 
Buona lettura, topi di fogna.


Gino Testa
 

 


 
Mi viene il disgusto a vedere come funziona facebook. Il disgusto perdio. Un’accozzaglia di immensi filistei che se gli si chiede l’amicizia l’accettano in quattro e quattr’otto solo per rimpinguare il loro numero di contatti. Maledetti. Crepate. Eccoli i campioni della nostra umanità. Eccoli questi ridicoli ominidi. Prenderei facebook: tutti quelli che hanno un contatto facebook li ucciderei, magari bruciandoli vivi. Arsi come polli arrosto, senza spiedo. Io personalmente. Farei solo del bene.
Datemi del pazzo, del visionario, dello sterminatore, e sia, ma farei del bene a questo fottuto mondo.
A me, filistei!, vi voglio prosciugare delle vostre misere risorse monetarie, a voi non servono a nulla. Fessi siete, e fessi dovete farvi fare. Tutti quanti. Venite a noi, delle Edizione XXX, figure luminose ed editori a pagamento del bel mondo delle lettere, editori senza alcuna regolarità burocratica, editori senza pietà: a noi i piccioli delle vostre tasche, guadagnati in quei muffosi uffici nei quali radicate le vostre miserie da facebookkisti, a noi! Fatevi spennare maledetti idioti, solo così sentirete d’avere contribuito a qualcosa nella vostra lurida  esistenza.
Noi rimpinguiamo i vostri contatti, voi le nostre tasche ancora troppo vuote per i sollazzi estetici di cui vogliamo godere nella vita. Siamo pronti: voi lo siete da quando una fregna gelatinosa v’ha vomitato. Siamo tutti pronti. Dai, tirate fuori i soldi. Al resto ci pensiamo noi.
Alla confezione, alla rilegatura e alla cura editoriale. Fate presto, che è già tardi.







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7 gennaio 2013

L'invettiva



*      *      *

Si fa un gran parlare, ultimamente, di complotti di ogni tipo, che trovano una iperbolica cassa di risonanza in quel gran troiaio che è internet e, in particolare, nella accogliente porcilaia di facebook.
A beneficio di quei pochi che non si fossero imbattuti, almeno una volta nella loro esistenza, in questo genere di informazione alternativa (così che i molti possono anche saltare a piè pari al paragrafetto successivo): le scie chimiche rilasciate nei cieli da strani aeromobili privi di livrea identificativa, i vaccini di ogni tipo, la medicina convenzionale, in primis la chemioterapica, gli alimenti geneticamente modificati, i rapimenti alieni, le società massoniche e paramassoniche (vedi Bilderberg et alia), che tramano nell’ombra e manovrano la finanza, gestiscono l’economia, burattinano la politica; le sette segrete, anch’esse di filiazione massonica, che allestiscono, come in un grand guignol, omicidi di ogni tipo a scopo rituale e incantatorio, i quali omicidi finiscono poi per essere megafonati sulle prime pagine dei giornali e in prima serata televisiva e se ne parla per mesi, per anni; la marcescente gerarchia vaticana, a cominciare dalla gesuitica, che ha le mani in pasta ovunque, in primis nel giro della pedofilia perpetrata a ogni scopo, andando la cosa molto al di là della più fervida e perversa fantasia; i piani del nuovo ordine mondiale, che si aggrumano da ultimo in graziosi propositi di sterminio, così che della popolazione mondiale non ne resti più della metà, perché le risorse stanno esaurendosi e i ricchi vogliono esserlo sempre di più per la incontenibile voracità di cui si fanno vanto; i paventati blackout globali, le pandemie, i cataclismi e le fini del mondo…

Bene, ammesso e non concesso che ci sia del vero in tutto questo, ed è comunque molto probabile… mi chiedo, signori miei: siamo sicuri di non meritare tutto questo? Siamo proprio sicuri che, quand’anche una élite oscura corrotta fin nelle midolla volesse effettivamente sterminare il più della gente, considerandola alla stregua di insetti molesti, servendosi di ogni tipo di trucco e di espediente, a cominciare, ça va sans dire, dall’ipnosi di massa, o drenarne l’energia fino al rinseccolimento della preda, siamo proprio sicuri che tutto ciò non sia non solo sensato, ma auspicabile al massimo grado?

Tale domandina m’è venuta in mente stasera, leggendo una poesia intimista e tre righe scelte a caso di un romanzetto erotico partorite da una giovane poetessa-romanziera la quale, per evitare rischi legali, citerò come RS.

 

Gino Testa




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18 dicembre 2012

Studi balzachiani


Stralci più o meno divertenti da “Appunti su Balzac” di XXX YYY (Roma, 2009): perché possiate non morire, cari lettori del piffero, senza aver almeno incamerato due o tre informazioni su un grande della letteratura ottocentesca.

 

È il 1825, Balzac ha ventisei anni. Da quando ha deciso di darsi anima e corpo al mestiere di letterato, dopo la stesura di una tragedia in versi piuttosto scolastica, ha scritto un certo numero di romanzi popolari, fiacchi e manierati, alcuni dei quali nelle vesti di scrittore-fantasma per conto di un tale di nome Lepoitevin, collo pseudonimo semi-anagrammatico di Lord R’Hoon. Carmina non dant panem ammoniva Orazio: Balzac se ne accorge ben presto. È in questo torno di tempo, resosi indipendente dalla famiglia ma a corto di danari, che l’editore Canel gli propone una società: sfrutteranno assieme i profitti di un’impresa editoriale, la pubblicazione delle opere complete di Moliere e La Fontaine, cui seguiranno Corneille, Racine... Per l’inesperto Balzac, un provinciale col desiderio di far fortuna succhiando con forza dai generosi seni di quella gran meretrice che è la Parigi ottocentesca, è un affare nel quale impegnarsi con rinnovato entusiasmo: la sua nuova esperienza di editore non solo lo arricchirà ma gli permetterà di entrare dall’ingresso principale nell’ambiente culturale parigino. Neppure un anno dopo, la società dichiara fallimento, e in base a un accordo di cui non sa valutare le conseguenze, Balzac rileva il magazzino dei volumi stampati e si accolla i debiti dell’impresa. È sempre più deciso a insistere nella sua nuova carriera di uomo d’affari; pensando che il vero profitto editoriale lo si ottiene colla stampa più che colla commercializzazione dei libri, chiede un brevetto di tipografo e, con la garanzia del padre, impianta una tipografia. Gli affari, però, vanno male, e il provinciale si ritrova nelle peste. Ma rilancia: la materia prima delle tipografie è costituita dai caratteri a stampa, e allora rileva una fonderia già fallita. Pochi mesi ancora, e nell’estate del 1828 è la catastrofe: a ventinove anni Balzac è rovinato: carico di debiti, lo salvano la famiglia e la sua amante, madame de Berny. Il processo perverso che farà della sua vita una spaventosa altalena oscillante tra improvvise risurrezioni e cataclismi finanziari, tuttavia, è innescato. Nel ’38, coll’acqua alla gola e i creditori alle calcagna che lo costringono alla fuga in Italia, fantasticherà su una speculazione avventurosa in Sardegna, sfruttare le miniere d’argento abbandonate dai Romani; si precipita sul posto, ma arriva troppo tardi: alcuni veri affaristi l’hanno preceduto. Nello stesso anno, trasferitosi nella proprietà di Le Jardies, nei pressi di Parigi, pensa col fervore del novizio di organizzare una piantagione di ananassi. Ogni volta, però, gli insuccessi delle disgraziate fantasie da affarista lo riconducono alla dura realtà del suo mestiere, quella di scrittore. E, per rimediare ai crescenti debiti contratti dal viveur, lo scrittore è costretto a diventare un “forzato delle lettere”: a rinserrarsi in casa, costringendo se stesso, durante veri e propri tour de force resi possibili da immaginifiche quantità di caffè, a terminare i romanzi per i quali ha già firmato contratti con questo o quell’editore.

 

*       *       *

Nel 1837, durante una delle sortite in territorio italico, il francese a Milano incontra un collega, un altro grande romanziere: Manzoni. I due sono agli antipodi: il dissipatore, il vorace, l’iperbolico Balzac fronteggia il nevrotico, lo stitico Manzoni, scrittore d’un solo – pur grandissimo – romanzo: l’uomo d’azione e il pavido, il provinciale e l’aristocratico – certo entrambi ottimi soggetti di studio per un Lombroso; dopo un simile cozzo, nessuno dei due caverà buoni giudizi dall’altro: Balzac criticò l’intreccio troppo debole dei Promessi; il Gran Lombardo, che mai dovette sporcarsi le mani col lavoro grazie alle numerose e ricche rendite, e comunque fine indagatore della psicologia umana, inorridirà ai discorsi del loquace francese sulla scarsezza della tutela del diritto d’autore e sulla spregiudicatezza da affarista delle lettere di quel volitivo, che con quel tipo di commercio riusciva, barcamenandosi, a campare.

 

*       *       *

[…] ci salta l’uzzolo argomentativo: e se Balzac, compresa sotterraneamente la propria natura volubile, farfallesca, non si impelagasse ogni volta con più cocciutaggine, ogni volta più capronescamente in un’impresa disperata, in un ossessivo rilancio al tavolo da giuoco sempre al di sopra delle proprie possibilità e sempre come se s’opponesse a dei bari di professione, se prendesse come un mero pretesto i propri fallimenti, sempre inevitabili, per costruirsi così la possibilità – vincolata ogni volta ai nuovi debiti, alle nuove pressioni dei debitori – di rimettersi al tavolo dello scrittore a scrivere come un ossesso, rivestendo giocoforza i panni di “forzato delle lettere”, e solo per adempiere all’urgente dovere morale di mettere su carta, nero su bianco, la demistificazione di una società intiera? Se, in buona sostanza, non illudesse se stesso solo per poter disilludere il mondo attraverso l’opera sua? Se avesse – sottile, quasi subdolo invero – con coscienza di folle deciso di sacrificarsi – certo eternandosi coll’opera – per aprire gli occhi anche solo a un lettore, o a chi si mostri disposto a vedere?

Possibile, come direbbe Gobseck, possibile.

 

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Il “surplus di verità” – ci passi l’espressione il lettore più esigente – dell’opera balzachiana (riconosciuto perfino da alcuni storici del suo tempo che dai romanzi traevano importanti spunti di riflessione, e riconosciuto perfino, pur sotto la mannaja di un’interpretazione invalidante, da un branco di critici marxisti, i quali credettero di vedere nel mondo sub specie economica balzachiano una critica al capitalismo e uno spiraglio di salvezza per i proletari, mentre Balzac, nei fatti, non salva nessuno, foss’anche il più misero pidocchio attaccato alla cute dell’ultimo pezzente parigino) è non tanto di natura oggettiva, ma morale. Di ciò si deve essere grati a questo proteo delle lettere, a questo bifronte, a questo paradosso vivente. Vanesio, sensibile agli allettamenti della gloria letteraria, alla rapida scalata sociale (amava falsificare il suo cognome facendolo precedere da un “de” che denunciasse ascendenze aristocratiche, come già il padre aveva modificato il cognome da Balssa in Balzac), si fece accecare dalla vista dell’oro, soccombette ai meccanismi perversi del danaro. Fu impastojato nella belletta della vita quindi, fin nelle midolla, ma fu uno scrittore demistificante al massimo grado, mise a nudo tutta la miseria di un mondo governato dai soldi sonanti e da quelli virtuali: tanto compromesso nella vita quanto affrancante nell’opera: accecato e disvelatore, in un perpetuo chiaroscuro: sempre pronto a illudersi colle cose del mondo quanto ferocemente disincantato negli scritti.

 

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L’ambizione di Balzac scrittore è immane: ricreare un microcosmo letterario nel quale convivano secondo un identico grado di verità sia i personaggi storici, realmente calcanti le scene della vita ordinaria, sia tutta una congerie di personaggi inventati: tale manipolo d’uomini s’intreccia trasversalmente nei romanzi, ritornando e ricomparendo: Gobseck è presenza oscura e incombente, Derville è avvocato di molti tra i personaggi principali, Vautrin, il forzato evaso e genio del Male, è protagonista in Splendori e miseri delle cortigiane, ma compare già all’imbrunire di Illusioni perdute ed è un notevole comprimario in Papà Goriot, e via dicendo. Balzac, per farla breve, si mette, cinque secoli dopo, su un piano simile a quello di Dante, col quale già fa a gara nel titolo; la sua, come la Commedia dantesca, è un’opera-mondo che ha l’ardimento di farsi ricettacolo di un’epoca intiera, analizzandone i costumi, il pensiero, i principii. Dante, nessuno può negarlo, non fu un visionario da poco se in cento canti riuscì a figurarsi, gran fabbro del verso, un mondo altro che ancora oggi, secondo motivi e forme diverse, irretisce parecchi. Ebbene, Dante, al suo tempo, molti lo credevano veramente sceso agli inferi: un ciuffo bianco di capelli sulla tempia, secondo i contemporanei più creduli, era segnacolo delle lampeggianti fiamme infernali. Anche Balzac, in realtà – sbarbatello e già ai ferri corti colla vita –, scese nel suo inferno privato, e volle darne conto nelle migliaia di pagine della sua Commedia: in questo, se non altro, è stato un Dante in sedicesimo. E che la realtà della sua Commedia, più vivida, più concreta, più luculenta, sia però deformata e visionaria, è la natura pulsante che la compone, è la lente deformante da cui riverbera a rivelarcelo: chi altri, infatti, tra gli scrittori coevi, passò tutta la propria materia narrativa sotto il setaccio di un’unica categoria? Nessuno.

 

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Gobseck, si diceva: il suo bozzetto schizzato con mano nervosa è eloquente non meno del nome (Gobseck deriva da gober: inghiottire, divorare, e sec: secco, asciutto), tipico cratilismo balzachiano. Nome oscuro e fortemente evocativo che ritorna spesso nell’opera come colui al quale sono costretti a ricorrere in molti (“forgiato dall’inferno” dirà di lui Vautrin in Papà Goriot), della religione meccanicistica balzachiana è il sacerdote sommo, l’officiante supremo, l’occulto manovratore, il normatore. Nucingen il banchiere, lui vive allo scoperto, si circonda di piacevoli e allegre donnine, fa vita mondana: Gobseck è eremitico, vive in una tana sporca e fredda non diversamente da un insetto, si finge povero.

 

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Si prenda, infine, La Cugina Bette: è l’ultimo romanzo dato alle stampe dal Nostro, pubblicato nel 1848. Con questo testo s’arriva al parossismo. E  non solo perché la storia, ancora una volta, è sotto il dominio dell’impulso economico: Bette, povera come Pons (il protagonista di un romanzo gemello), è beffata, è fatta oggetto di continue facezie, le si assegnano nomignoli salaci da parte dei parenti nobili e danarosi. Sua cugina Adeline, bella, graziosa, idolatrata fin da giovane dalla famiglia, è andata in isposa a una barone parigino, un pezzo grosso del ministero della guerra. Lei, invece, brutta, tozza, è destinata a una vita di lavori manuali e di privazioni, una vita da zitella. Il suo unico scopo, che le s’è fitto in testa a lettere di fuoco, sarà quello di rovinare – finanziariamente – la famiglia della cugina (che pure è minata alla base da un marito, libertino della prima ora, pronto a dissipare interi patrimoni per un’ora di più con l’amante; da una moglie cristianamente devota fino all’autofustigazione; da una figlia stizzosa in cerca di marito e di una cospicua dote): la sua rivincita sociale non potrà non passare per il danaro, e Bette non rinuncerà ai suoi propositi, facendo affari e stringendo legami con la feccia del sottobosco parigino: intrigante, perfida, doppiogiochista, morirà a un passo dal trionfo, continuando, in sovrammercato, a recitare la parte, fino alla fine, di angelo del focolare di casa Hulot. Nulla di nuovo, insomma, il pantano morale è sempre il medesimo. Ma nel caso di questo romanzo, l’acme, come accennato, lo si raggiunge poiché  letteralmente non v’è pagina in cui non compaia, con precisione maniacale, un prestito, una cambiale, un debito, lo sconto di uno strozzino, l’enunciazione di una qualsiasi quantità di danaro, una somma di franchi spillata dalla cortigiana di turno al ricco mercante che la mantiene, un interesse azionario, un fallimento: è l’epifania del denaro, in tutte le forme in cui l’uomo se l’è figurato: si è al nec plus ultra del sistema meccanicistico elaborato nel suo mondo parallelo da Balzac: accumulo danari, dunque sono.




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28 novembre 2012

Storie di montagna

CINGHIALI AL CHIARO DI LUNA




Gianni restò quindici minuti buoni a guardare con tanto d’occhi lo scempio, mani sprofondate nelle saccocce e coppola appena poggiata sul testone semicalvo: l’orto era completamente devastato. Gianni restò quindici minuti buoni a guardare con tanto d’occhi lo scempio, mani sprofondate nelle saccocce e coppola appena poggiata sul testone semicalvo: l’orto era completamente devastato.
Il terreno, divelto con furia, rigettava gli ortaggi tutti mozzicati, come li vomitasse, sparpagliandoli in lungo e in largo per l’orto: melanzane e ravanelli erano stati annientati; un cavolfiore, spaccato in due come un cranio colpito da una mazza, era rotolato fino all’ingresso del garage; persino le fave - Dio bono le fave! Le mi’ belle fave! - non avevano resistito alla furia devastatrice… e pensare che erano le prime della stagione, in quel giorno di inizio giugno di qualche anno fa.
Bestemmiando come solo un vero salace toscano sa fare, Gianni rientrò in casa togliendosi con rabbia il pullover di lana (nonostante l’estate stesse arrivando, a quell’ora del mattino il freddo ancora pungeva); lo gettò sulla cassapanca e raggiunse la moglie già indaffarata in cucina:
- Dio maledetto diavolo! Te tu l’hai visto che han combinato lì fori quei cinghiali dell’inferno? Dio velenoso!
- Ma Gianni mio, io te l’ho detto stanotte che sentivo un rumore… te manco ti sei svegliato a vedere!
- E’ la volta che faccio una tragedia… te lo dico io. Io te lo dico Marce’! Dio bono…
Caricato il motocarro di verdura (quella che s’era salvata e quella messa già la sera prima nelle cassette di legno), il povero Gianni si recò al paese per la vendita giornaliera, incazzato come un toro, con un mezzo sigaro in bocca sempre spento e tutto ciancicato.
I raggi del sole mattutino, già estivo, arrivavano a valle come rasoiate, fendendo i crinali più alti delle Alpi Apuane; i boschi nereggiavano tutt’intorno, e il motocarro a tre ruote s’imburbanziva su un tratto sterrato subito prima del paese, singhiozzando come un vecchio catarroso.
Gli affari non andavano bene, e l’uomo non perdeva occasione di lamentarsene con chiunque gli capitasse a tiro; quel mattino toccava a Oliviero, un pesante sessantenne che, destino inscritto nel nome, vendeva un ottimo olio artigianale, da lui medesimo prodotto in un terreno poco lontano dall’orto del Gianni.
- Non lo dire a me… che quelle bestie maledette m’han scavato tutto il giardino, si son mangiate i pomodori e lasciamo perdere il casino che hanno fatto.
- Olivie’ se mi capitano a tiro io gli faccio saltà per aria la capoccia, dammi retta!
- Io ho deciso che mi piazzo dietro la porta col fucile, e se quei diavoli spuntan fori, ti dico che li rimando sui monti a pallettoni!
E così via fino all’ora di pranzo; del resto quello dei cinghiali, che spinti dalla fame e dalla rogna s’arrischiavano non solo a scendere a valle, ma addirittura a ridosso delle abitazioni, nei terreni privati, era un problema diffuso e sentito.
Eppure Oliviero ce l’aveva pure un cane da guardia: Tobia, un maremmano di dieci anni suonati che, ormai, amava più le coccole e la cuccia che le corse a perdifiato nelle valli della zona.
- Quel cagasotto del mi’ cane è bono solo a chiede’ da mangiare.
Dopotutto, cosa poteva quel bonaccione di Tobia contro quelle bestie fameliche che superavano abbondantemente il quintale, lanciate al galoppo dalle vette più irraggiungibili dei monti, che piombavano come palle di cannone negli orti e sconquassavano tutto con quel grifo spaventoso! Il cane poteva solo che scappare con la coda tra le gambe.
Dovevano pensarci gli uomini, e Oliviero e Gianni decisero di organizzarsi per sorvegliare la zona dagli intrusi a quattro zampe: una notte l’uno e l’altra l’altro, sarebbero stati di ronda nei rispettivi terreni. Così non avrebbero perso tutte le notti a tener d’occhio il proprio orticello, e sicuramente nel giro di qualche settimana avrebbero accoppato qualche bestiaccia, da rivendere poi, con notevole guadagno, a Tonino Renzi, ristoratore di un paese vicino.
Marcella, la moglie di Gianni, non gradì affatto quel sistema; ‘ché una notte ogni due le toccava di dormire da sola nel letto, e, seppure ormai qualche anno ce l’aveva, le piaceva ancora sentire il corpo robusto e caldo del su’ omo accanto a lei.
Poi la mattina vedeva il marito sfatto dal sonno, che sottomesso a sforzi titanici si dava da fare con l’orto, preparava la vendita al paese e organizzava tutto quello che c’era da fare… era sicura che a quei ritmi non avrebbe retto.
Quei cinghiali gli sarebbero costati la cotenna, e ancora non s’erano fatti vivi.
Arrivarono una notte di una diecina di giorni dopo, quando il turno di guardia spettava ad Oliviero. Due colpi di fucile, in rapida successione, sconquassarono il flebile silenzio notturno della campagna, sovrastando le bramosie dei gufi e di altri volatili della notte. Gianni s’alzò lestissimo, come se in realtà non stesse punto dormendo, ma, supino con gli occhi chiusi, aspettasse finalmente il segnale per agire.
- Eccoli, Dio bestia velenosa!
Marcella si levò a sedere, ed ebbe, se lo confessò il mattino seguente, un brivido d’eccitazione – di quella autentica – nel vedere il marito imbracciare il fucile che riposava poggiato sulla panca e uscire di gran carriera di casa.
La notte era fredda. La luna era solo un mezzo spicchio giallo incastrato nel panno nerissimo e trapuntato di stelle… quasi uno spicchio di limone.
- Oh Gianni - gridava Oliviero da qualche parte nel buio - Dio impestato! Stan scappando codeste bestie!
Gianni intese perfettamente il galoppare di due cinghiali; e, nel momento in cui passarono davanti alla sua proprietà, con Oliviero già una cinquantina di metri indietro, ne distinse perfettamente le groppe irsute che facevano su e giù: erano due bestie poderosissime.
Senza pensarci un istante di troppo, imbracciò il fucile e mirò al baluginio veloce e caracollante che la luce delle stelle imprimeva agli animali; fece fuoco, e il silenzio fu infranto ancora una volta da uno sparo. Un cinghiale stramazzò.
- L’ho pigliato… servo dell’inferno!
Oliviero lo raggiunse trafelato: annaspava senza fiato per la gran corsa dietro i devastatori di orti; l’altro animale intanto s’era ormai dileguato nella macchia.
- L’hai preso!
Il cinghiale emise un buffo rantolio roco, quasi un risucchio, e annegò nel gorgoglio del suo stesso sangue… nero, caldo.
- L’ho preso, sì.
Fece Gianni riflessivo, poggiandosi il fucile sulla spalla come un cacciatore d’altri tempi; la notte gli rischiarava i pensieri.
A passi misurati, si avvicinarono entrambi all’animale morto per valutarne attentamente peso e dimensioni.
Il profilo viola delle montagne si confondeva per gran parte nell’oscurità, ma in alcuni punti meglio illuminati dal chiarore incipiente, vicino le cime frastagliate, già andava distinguendosi piuttosto nitidamente.







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10 novembre 2012

Storie di montagna


GRANDINE SULLA SCARPELLATA








 


 

Quel giorno era in programma, con l’amico Vladimiro, una rinfrancante ascesa del monte Gennaro. La vetta in questione è senza dubbio la più famosa dei monti Lucretili,  e dalla vulgata è anche chiamata « la montagna di Roma », per la grande vicinanza con la capitale.

Del resto ciò non deve ingannare : l’ambiente, in certi loci, è decisamente selvaggio, con l’alternarsi improvviso di fitti tratti boscosi, ripidi pendii di roccia, doline carsiche e crepacci poco profondi ma frequenti.  Inoltre l’uniformità del paesaggio e l’insospettabile estensione della zona montuosa, oggi Parco Naturale, rendono frequenti gli smarrimenti di qualche incauto escursionista.

Noi altri il territorio lo si conosce discretamente, ma non ci accostiamo mai alle vette in questione senza il dovuto rispetto.

Era uno dei primi giorni della primavera di qualche anno fa, ed io e Vladimiro ci mettemmo in marcia nel primo pomeriggio, scegliendo per salire il versante del monte rivolto al paesino di Marcellina.

Avevamo in programma di affrontare da subito la Scarpellata, una ripidissima mulattiera sassosa e impervia, che deve il suo nome onomatopeico al rumore provocato dallo scalpiccìo che gli zoccoli di vacche e altre bestie producono nel percorrerla (esiste difatti più d’una variante al nome: Scarapetta, Scarapettata, etc.) ; questo nei primi chilometri di sentiero : il secondo tratto invece si chiama così a causa dell’opera di tracciamento dei pastori della zona, che anni orsono aprirono questo sentiero a colpi di scalpello, poiché gli serviva un percorso diretto per trasferire le greggi da valle a monte.

Dopo neanche venti minuti di marcia ci imbattemmo in un uomo molto corpulento in sella ad un trattore : sulla sessantina, vigoroso come chi vive della montagna e dei suoi frutti, sporco di terra e con qualcosa di voluminoso nascosto sotto la maglietta: si presentò come colonnello Alessandro Romanelli, ricco possidente di terreni in zona e grande conoscitore del territorio lucretile.

Senza convenevoli di sorta, come spesso accade tra gente di montagna, nacque tra noi due e il Romanelli una reciproca e genuina simpatia: lui apprezzava il nostro amore per la natura e la burba con cui affrontavamo le escursioni; noi, più che divertiti dalla figura istrionica e prorompente di quel grasso militare-contadino, cercavamo di trarre dall’incontro fortuito qualcosa di vantaggioso ai nostri scopi.

Scambiatici i numeri di telefono, ci congedammo e puntammo diretti la Scarpellata, decisi ad arrivare in cima nonostante qualche nuvola pigra oscurasse un cielo ancora prevalentemente di un azzurro cristallino. Romanelli, inoltre, ci aveva rassicurato ulteriormente; a suo dire non era tempo da pioggia quello, e il sereno avrebbe immancabilmente retto... ci fidammo.

Vinta la scarpellata, mulinando come ossessi sulle rocce carsiche che costituiscono gran parte del paesaggio lucretile, lasciammo il sentiero segnato alla nostra sinistra, per salire attraverso un più interessante percorso.

Dopo una piccola ma piuttosto fitta macchia di faggi, infatti, si alzava una parete rocciosa non troppo ripida, che avremmo scalato a mani nude e senza l’aiuto di corde e moschettoni.

Fu proprio su quelle rocce che ci colse la pioggia, e dopo qualche minuto, il diluvio!

Un diluvio vero e proprio, con tanto di fulmini che saettavano minacciosi a pochi metri sopra di noi, squarciando di luce quel cielo che fino a pochi minuti prima era aperto e arioso, ed ora incombeva su di noi ottuso e impenetrabile come un gigante cieco.

Io e Vladimiro cercammo di farci più piccoli possibile, schiacciati contro le rocce come lucertole.

Quando poi rimanere là divenne francamente improbabile, con torrentelli che si andavano formando sempre più copiosi, e scorrevano nell’incavo e nelle scanalature delle pietre inzuppandoci fino all’osso, tentammo di scendere e tornare, il più in fretta possibile, a Marcellina e alla nostra automobile.

Passare vicino agli alberi era quanto di più pericoloso poteva esserci, coi fulmini che continuavano a imperversare intorno alla cresta del Gennaro come lucciole intorno a un lampione.

Percorremmo quei pochi metri del faggeto col cuore in gola, cercando di camminare negli spazi radi e pregando il signore di non finire arrosto.

La Scarpellata era diventata un vero e proprio fiume vinto da impetuosa corsa : l’acqua aveva invaso tutto il sentiero, e scorreva giù violenta e fagocitante come in cascata, menandosi appresso, nella sua furia, i sassi, anche i più grossi, che costituivano la base del terreno. La mulattiera stava franando giù!

Poveri diavoli, non riuscivamo nemmeno a parlare tra noi, tanto il rombo del diluvio era assordante … e non era tutto: prese di colpo anche a grandinare, e con violenza sempre crescente! Quasi d’improvviso dal cielo malevolo piovvero incessantemente proiettili di ghiaccio grossi come ciliegie, qualcuno come un mandarino.

Entrambi non avevamo mai visto una cosa del genere : personalmente, mai sentii la furia della natura come quel tardo pomeriggio sulla Scarpellata.

Con le mani sulla testa per proteggerci da quel diluvio di ghiaccio, corremmo a perdifiato verso valle, rischiando ad ogni passo di capitombolare e  romperci l’osso del collo. Stavamo correndo in un fiume, non più su un tratturo... e nella direzione della velocissima e rabbiosa corrente!

Quando sbagliammo strada, storditi dai colpi della grandine e dall’acqua che ci martoriava, imboccando una diramazione della Scarpellata che ci avrebbe portato verso dei campi coltivati invece che a Marcellina, quasi ci venne ad entrambi voglia di mandar tutto alla malora e lasciare che la natura compiesse il suo volere: saremmo crepati lì, se la montagna così aveva deciso.

Fu forse l’istinto di sopravvivenza a spingerci al dietrofront, e a permetterci di risalire di buoni trecento metri sotto quelle mitragliate pazzesche, per imboccare la strada giusta.

Zuppi fino alle midolla, ricoperti di ferite e tagli sanguinanti sulle mani e sulla faccia, ci gettammo per il ripido sentiero tra grugniti e bestemmie. Arrivammo alla macchina stremati.

Mentre guidavamo, zuppi e infreddoliti, costeggiando il monte, ancora increduli dell’esperienza vissuta, vedemmo in più d’un punto frane consistenti, con masse corpose di pietre e fango, tronchi spezzati e marci che si riversavano dalle pareti del monte fin sulla strada asfaltata: era il vomito del Gennaro.

Ancora più impressione ci fece dar un’occhiata alla dorsale alta del monte, dove infuriava indefessa una tempesta in piena regola (alla faccia del Romanelli, che con la sua aria da esperto c’aveva quasi mandato a morte): fulmini, pioggia, e sulla cima una cupa e pericolosa cappa nera.

Un vecchio adagio di Palombara Sabina recita: “quando Gennaro mette il cappello prendi l’ombrello!”... sarà bene, d’ora in poi, osservare questa saggia consuetudine.


 

 

La scarpellata                                                                                  I lucretili




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28 ottobre 2012

Spigolature

"C’è un motivo, sopra tutto, che mi fa preferire di gran lunga la montagna alla letteratura: che un letterato insulso, come oggi lo sono praticamente tutti, per quanto lo si stronchi con onestà e durezza, potrà sempre – tanto più quanto maggiore sia la poca coscienza di sé – obiettarvi le sue astruse ragioni, accampare giustificazioni miserevoli, farsi beffe, perfino, del vostro sollecito intervento: in una parola, ignorare la verità che gli è sotto il naso come la lama di ghigliottina è sopra la testa del morituro. Mettendola su questo piano, potrà districarsi come meglio crede, e uscirne sempre vincitore.
Ma portate un letterato in montagna: per la mezza sega ogni passo in salita è un golgota, la vetta è un miraggio, e il poco fiato che stenta a gonfiarne i polmoni non basterebbe neanche per una bestemmia o una preghiera, figuriamoci per uno sproloquio. La mezza sega in questione potrebbe persino riuscire a riportarlo a valle il corpo disfatto dalla fatica: tuttavia, avrà finalmente capito, senza possibilità alcuna di infingimenti: avrà penetrato la verità, e quella lama di ghigliottina di cui sopra potrà mozzarne l’inutile testa, ora un po’ meno vuota.
Eccola la montagna, con le sue leggi severe ma giuste".

 


Gino Testa








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19 settembre 2012

Putrefazione



*     *     *

Riuscii, con un guizzo che ha del portentoso in confronto a riflessi di solito brachicardici, a intrappolare, dentro a un bicchiere, un’ape. Era entrata dalla finestra della cucina, forse attirata dal fortissimo lezzo, ormai appestante, lo riconosco, che promanava dalla stanza da letto, mentre io, seduto in modo alquanto scomposto, giocherellavo con le dita come avevo visto una volta da piccolo fare a un prete che si riposava tra un officio e l’altro della missa solennis che presiedeva; allora mi era sembrata una cosa da vecchi, anche perché il prete, in effetti, vecchio lo era, panciuto e pelato, e il giocherellare delle mie dita mulinanti a imitazione quasi di quel preticello tarchiato mi fece pensare male di me stesso. Quand’ecco che entrò l’ape ronzante. Al primo colpo mi spaventò: il ronzio possente, la minaccia del pungiglione, una sottile, latente fobia legata agli insetti, una feroce mania masochistica che m’aveva preso ormai da qualche giorno e che temevo più di qualunque altra cosa e che, in quel preciso frangente, mi aveva fatto pensare, con un balzo immaginifico della mente, che mi sarei fatto pungere senza opporre alcuna resistenza, e già mi vedevo con la mano – o qualunque altra parte del corpo fosse – gonfia per il liquido urticante, col pungiglione confitto nella carne, la carne in fiamme, e io lì, senza poter fare nulla, senza voler fare nulla… l’ape si era nel frattempo poggiata sul tavolo, sembrava in perlustrazione, zampettava di qui, di là, e zac!, una forza dentro di me – non ero io, di questo sono abbastanza sicuro – afferra il bicchiere vuoto, lo rovescia, vi intrappola l’ape. Movimento impeccabile, sembrava studiato e sperimentato: l’ape tentava un decollo liberatorio, e ogni volta confliggeva, forse dolorosamente, chi lo sa, con le pareti vitree di quella prigione trasparente, la sua azione provocando, immancabilmente, un suono sordo, e pensai allora al corpo di un uomo che cade pesante a terra, come morto, e fa un tonfo altrettanto sordo... Mi balenò un’idea, o piuttosto dovrei dire che balenò nella mente di quel mio alter ego che sembrava aver preso, pur con dolcezza, possesso del mio corpo, al quale sentivo avrebbe imposto azioni ancora più assurde di quella; non che io opponessi la pur minima resistenza, e del resto non sarebbe servito a nulla: percepivo infatti nettissima l’inutilità di un qualsiasi tentativo in quella direzione; e ciò mi piaceva. Il bello era proprio questo: lasciavo fare, osservavo, studiavo le mosse. Quell’intimo demonietto del mio essere aveva appena partorito un’ideuzza feroce, quasi cervellotica, di difficilissima realizzazione, e me ne beavo. Chi può dire fin dove arrivi la responsabilità personale e fino a che punto, invece, se ne venga sollevati, in casi di questo genere? Ci deve pur essere un qualche codicillo nel nostro codice penale al quale potersi appellare in frangenti simili… Quella parte di me che non controllavo e che agiva in vece mia, per farla breve, afferrò uno stuzzicadenti con la destra; quasi contemporaneamente, con la sinistra, scoperchiò il bicchiere, cogliendo con incredibile tempismo un attimo di esitazione dell’insetto, e lo infilzò di netto, sull’addome: sembrava ora uno di quegli esemplari da esposizione, impalato proprio allo stesso identico modo, che fanno mostra di sé nelle teche dei musei o nelle bacheche di qualche collezionista o studioso. Poggiò il piccolo spiedo sulla tavola, il mio parassita, afferrando il coltello ancora mezzo sudicio di grasso di speck, e con precisione più che chirurgica – dove aveva imparato un’arte simile? – infilzò con la punta prima un’ala, poi l’altra, prima un’elitra, poi l’altra del malcapitato, e le separò senza esitazione dal resto del corpo. Poi sfilò, come lo svitasse verso l’alto, lo stuzzicadenti impalatore, con tale velocità e tale precisione che l’insetto, o quel che ne rimaneva, non si mosse di una virgola dalla posizione di partenza, diversamente da una stilla quasi impercettibile all’occhio che uscì quasi come essudasse dalla lesione circolare e profonda… l’insetto era ancora vivo. Provai, allora, preso da un leggero delirio, a rapportare quel danno al corpo di un uomo, e a come, adesso, si sarebbe sentito il malcapitato umano: ricordo che pensai, ne ero quasi certo, che nessuno con un foro di dieci centimetri nel petto – questa l’approssimazione quantitativa che avevo abborracciato nella frazione di secondo – sarebbe stato in grado non dico di barcollare, ma neanche di respirare più… le api, dedussi, devono avere una resistenza centuplicata rispetto a quella umana, perché, questa almeno, ancora zampettava, certo abbastanza frastornata, disorientata senza dubbio, quasi slalomeggiando tra le molliche del pranzo. Chissà che non l’abbiano già codificato un reato contro la tortura degli insetti… E ancora il bicchiere: lo presi, o meglio, lo prese, e intrappolò l’insetto ancora una volta: niente più impennate ora, la vittima giaceva immobile, esitante, come disperata…

Fu proprio allora che mi rammentai dell’affare da sbrigare in camera da letto… quanto era passato? Tre, quattro giorni forse? Forse di più, forse di meno, non ricordo… e del resto, chi c’era più entrato, in camera da letto?

 

Sbrigata la faccenda di là – potevano essere passate tre, quattro ore: persi di certo la cognizione del tempo – ritrovai l’ape morta, stecchita: riversa dentro al bicchiere, aveva essudato tutto il liquido vitale, scuro, nero… proprio come fa il cadavere di un uomo, pensai, che nel giro di tre giorni all’incirca si dissecca dei liquidi che contiene; l’azione batteriologica fa il resto, devastandolo da dentro senza pietà per l’olfatto e la vista di chi rimane in vita.





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8 giugno 2012

Afflati filistei - 2

Lei è un cornuto!





Il dottor Antonio Pirri era l’unico dentista di Scaldaferro; chi non voleva servirsi da lui, per un qualche motivo personale, doveva arrivare fino a Vicenza.
Ogni mattina si svegliava con le moine dalla moglie, Laura, che gli portava un plumcake e un cappuccino su un vassoietto; si svegliava col profumo di quella colazione all’italiana, che consumava con pazienza e gusto infinito seduto sul letto.
Poi si lavava a puntino, bello sbarbato, e inforcava la bicicletta da passaggio con la quale si recava al suo studio.
Laura lo guardava imboccare il viale alberato dalla soglia della porta, ancora in vestaglia e un po’ scapigliata; lo guardava scivolare via tra le ombre frastagliate dei platani, nella serenità palpabile che pervadeva le mattine del paese.

Era mercoledì. Appena Antonio girò in fondo al viale, scomparendo alla sua vista, la donna entrò in casa sorridendo, beandosi di quella pace, di quel benessere che quasi poteva toccare, che profumava di colluttorio alle ciliegie e dopobarba di marca buona... all’arrivo di Enzino mancavano ancora una diecina di minuti, come d’accordo.
Li spese tutti davanti allo specchio con la vestaglia aperta; scrutando il suo corpo da quarantacinquenne benestante con l’occhio più critico, più imparziale possibile; era ancora piuttosto fresca, a dire suo e del marito, ancora soda. Le bocce, due meloncini a guscio giallo, erano polpute e invitanti; un filo di pancia, proprio un filo, le conferiva un che di morbido e saporito. Sorrise ancora, stavolta con maggior soddisfazione.
Enzino entrò dal retro, come sempre senza salutare. Era sporco di terra… Laura sapeva che era sveglio da almeno un paio d’ore prima di lei, a lavorare nei campi lì intorno; questo la imbizzarriva ancora di più. Enzino era abruzzese; era in Veneto da poco, ma non c’aveva impiegato assai a puntare i nidi più ricchi; quelli da cui poteva cavarne qualcosa.
Ancora senza parlare, l’afferrò dal polso (lei ne intese i calli sulle mani, palpitandone) e la sbatacchiò sul letto ancora disfatto, ancora caldo.
- Pigliami il frollino!
Grugnì l’uomo. Diceva sempre così, era la sua battuta: “Pigliami il frollino!”; con qualche variante ogni tanto: “Scapocchia ‘sto frollino!”… “Suggimi il frollino!” una volta.
Senza pensarci due volte, la moglie del dentista glielo prese. Tutto glielo prese.








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30 maggio 2012

Valori Italiani - VI


Il porco di condominio.

 





L’amministratore Romolo Ruggirelli, per gli amici Romoletto, era uno con l’hobby della campagna.

Aveva, da qualche parte subito fuori dal GRA, un piccolo appezzamento di terra al quale, appena trovava un pertugio di tempo tra un impegno e l’altro, correva pieno di amore materno ed infantile entusiasmo. Spesso si ritrovava a regalare a qualcuno dei suoi condomini un cespo di lattuga del suo orto, qualche peperone o qualche melanzana straordinariamente cicciotta e colorata.  Era una persona di cuore, alla mano, e piuttosto pratica.

Proprio in nome di questa praticità, un giorno se ne inventò una bella: portò al condominio un maialino rosa e paffuto, che pareva uno sbuffo di zucchero filato o una polpetta di schiuma da barba.  L’aveva rimediato dalle parti della sua campagna, e lo incatenò nel sottoscala.

Ora, quella di comprare più cibo di quanto se ne consuma, di servire in tavola il doppio del necessario a sfamare i conviviali, è una bruttissima abitudine che da queste parti ha ormai preso piede; il maialino di Romoletto mitigava un po’ il rimorso che sorgeva (o almeno sarebbe dovuto sorgere) a seguito degli sprechi di vivande.

Ogni inquilino, alla sera, portava al porcellino un vassoio con tutti gli avanzi della giornata; quello se li sgrufolava via in un attimo, con una voracità ch’era un piacere starlo a guardare (i bambini vi passavano le ore).

Era di bocca buona e non faceva complimenti né smancerie di sorta, il maialuzzo: macinava tutto con quelle zannette oleose, stronfiando con l’epa la sua soddisfazione.

I condomini erano entusiasti della trovata, e il buon Romoletto era il più amato tra gli amministratori del rione; il suo maialino era un portento… e chiunque si sentiva soddisfatto nel rimpinzarlo coi manicaretti avanzati dal pranzo.

Il “porco di condominio” diventò in breve un’usanza diffusa e irrinunciabile; quando raggiungeva dimensioni adeguate poteva esser sgozzato e macellato lì nel sottoscala, e s’organizzava allora una grande festa a base di carne suina.

Fu durante una di queste che conobbi mia moglie.

 

 




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24 maggio 2012

Tre quartine


*    *    *



Street fighting man

Acquattato di notte:

Rien ne va plus, rien

Solo gole sgozzate, solo botte! 


Non c’è distinzione nella marmaglia:

tutti cani feroci, anche i tiepidi – soprattutto.

Tu li tranci: chi frigna, chi raglia:

una città messa a lutto. 


Nessuno potrà placarti

nostro eroe:

squarciane tanti

d’ogni razza, d’ogni dove!




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11 maggio 2012

Valori Italiani - V


Signor maestro.

 





Quando in classe c’era il maestro Teodori non volava una mosca.  Tutti, seduti composti ai propri banchi, assumevano un’aria compita e diligente; e anche il più scapestrato tra noi, financo il Rinelli, una birba di ragazzo che le mattine faceva il diavolo a quattro, e in cortile era sempre il primo ad attaccar briga con i ragazzi della sezione B, sputando cartoccetti masticati con la sua cerbottana… quando sedeva in cattedra il maestro Teodori pareva un damerino coi fiocchi.

Il Teodori faceva sempre i pomeriggi; l’orario in assoluto più pesante. Subito dopo il refettorio assumeva il controllo della classe, troncando con la sola presenza l’accenno di ricreazione che germogliava spontaneamente dopo il pasto.  Sedeva in cattedra estraendo lentamente il registro, che subito s’apprestava a riempire nelle apposite caselle con la sua grafia fitta e ordinata, intingendo la penna nel calamaio con regolarità metronomica; si sistemava gli occhialini sul naso e s’allisciava pensieroso il mustacchio, mentre, manuale di matematica spiegato davanti, si preparava a purgare lo sventurato di turno.

Tra interrogazioni e spiegazioni, la sua voce austera e quasi soporifera nell’estrema regolarità del timbro e del tono, martellava impietosa fino alle 16,30: orario in cui uscivamo da scuola. Le ultime diecine di minuti erano semplicemente un’agonia martoriante.

 

Un ragazzino malconcio, Tino Licini, che dimostrava almeno cinque anni in meno di quanti ne aveva, tutto colpi di tosse e tremiti, un pomeriggio lungo e afoso di primavera, verso le 15.30, lasciò cadere in terra il suo temperamatite di ferro.  Cercando di stopparlo col piede rivolto all’insù, gli menò maldestramente un calcio al volo e lo spedì nientemeno che a picchiare contro la cattedra, con uno schianto acuto che gli rimbombò, e non solo a lui, nel profondo del cuore.

Il Teodori lo guardò digrignando. Ora, non so se pensasse che Tino, solitamente educato e perennemente intimorito anche dalla propria ombra, avesse lanciato quel temperamatite di proposito contro lo scranno del maestro… sinceramente non lo credo. Ma il Teodori, con l’inappellabilità del giudizio minoico, proferì ugualmente tra i denti:

- Licini, ti fermi un’ora dopo la scuola.

Era quello uno dei supplizi più temuti dalla scolaresca; un’ora in più a scuola, in completa solitudine col maestro Teodori… che, ben lungi dal lasciarsi andare ad un’apertura individuale e a mostrare un barlume di umanità, come anche sarebbe stato ipotizzabile vista l’intimità di un rapporto a due in una grande aula vuota, manteneva la propria mutria d’austerità ed alterigia… anzi forse la accentuava di più.

- Licini, dì a tua madre che voglio parlarle. Parlarle della tua situazione didattico-comportamentale.

Tino, da solo in quell’aula così grande, che a fronte della sua corporatura mingherlina sembrava un’arena sconfinata, rabbrividì senza neanche chiedersi il motivo di tale richiesta; lui, lui che era dopotutto un bravo scolaro… lui, non quel briccone di Rinelli. Il maestro voleva la sua di madre… ma perché? perché cristodiundio?!

Quando il pomeriggio seguente, Adelina Casaru in Licini entrò nella sala adibita ai ricevimenti dei genitori, Tino la aspettava di fuori, seduto su una panca di legno piuttosto scomoda.

La Adelina, emigrata dalla Sardegna vent’anni fa, era bassa senza però avere la cocciuta robustezza delle sue conterranee; era una figuretta esile e quasi tisica, timorata di Dio e sempre col mal di gola… l’immagine femminile e invecchiata del figlio insomma.

Il Teodori la fece poggiare con i gomiti sul grande tavolo di ciliegio intarsiato, uno dei pezzi più pregiati del mobilio di quell’antica e prestigiosa scuola.  Le sollevò la gonna e le calò le mutande con la cura e la perizia dell’apprendista artigiano; si sbigolò, poi, respirando pesantemente e masticando tabacco.

Adelina, china in avanti con gli occhi gonfi di pianto, prese a sospirare piano un’avemmaria; e mentre il maestro Teodori la chiavava con una rabbia e una possanza insospettate, ebbe anche lo spirito di sussurrare piangendo: “Tino… mio piccolo Tino…”



D.M



 




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25 aprile 2012

Valori Italiani - IV

 

Gli ho reso la pariglia.





 

Da qualche tempo erano troppo molesti; bottiglie di birra ammonticchiate agli angoli delle strade, pozze stagnanti di piscio nelle aiole, schiamazzi, risate… e commenti troppo vividi, inviti troppo salaci alla fidanzata di Tizio o alla sorella di Caio. Ogni tanto qualche scippo, qualche aggressione: ‘sti rumeni avevano rotto er cazzo.

Dopo i fatti di via dell’Amaretto, poi, la situazione era degenerata… e a qualche ragazzo del quartiere gli era iniziato a partire il boccino.

A via dell’Amaretto infatti, qualche sera fa, Elide Sorianelli, ventottenne già madre di famiglia e segretaria presso un CAF, era stata aggredita a meno di trenta metri da casa sua da Vasile Petru e Maric Foutaric. 

Il secondo, ventitre anni da compiere, era già stato arrestato due anni prima per schiamazzi notturni; uscito dopo qualche mese col condono e rispedito in patria, era tornato a Roma da poco e aveva ripreso le vecchie abitudini.

La poveretta, stuprata ripetutamente durante la notte all’interno di un capannone, è ancora in stato di shock… e difficilmente si godrà più un’estate.

I due avevano rischiato seriamente il linciaggio, e da allora, per le strade del quartiere, era stata caccia al rumeno.

Er Minestra, Fusibile e AssoDeMazze, tre perdigiorno del luogo, sono ancora in stato di fermo con l’accusa di aver pestato un paio di tizi dell’est (uno era pure moldavo) nei pressi di una pompa di benzina. Uno è finito col cranio spaccato e rischia di crepare da un giorno all’altro.

Episodi simili ce ne sono stati altri, e se Dio vuole continueranno ad esserci… sti zozzi hanno da levasse dar cazzo!

Io però, ora, sono davanti all’ispettore Brunelli con altre accuse.

Remo Brunelli lo conosco da dieci anni… è pure lui un ragazzo del quartiere; è finito in polizia però le radici non se scordano.

Ora mi guarda un po’ torvo un po’ comprensivo; paternalistico quasi, eppure c’ha solo due anni più di me.

- Allora Mattè…

Davanti, sulla scrivania illuminata dalla lampada al neon, una decina di foto di giovani ragazze dell’est: Irina, Sofia, Anita, Magda…

- Te le sei scopate tutte Mattè… l’hai fatte piagne! Co’ quella sberla che te ritrovi (me la ricordo la sberla, giocavamo a calcetto insieme), co’ quella sberla dico, i’hai scavato ‘na fossa! Ma perché? Se po’ sapé perché?

- Te l’ho detto a Remo… gli ho reso la pariglia!


D.M








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21 febbraio 2012

Afflati filistei - 1

Inauguriamo oggi la rubrica "Afflati filistei"; quadretti veritieri della provincia italiana e del suo rinfrancante star bene.  Buona lettura!


G.T




Pranzo domenicale

 


Terni; una pioggerella morbida seguitava a tamburellare le strade svuotate.  Batteva fitta e leggera sui vetri scandendo il ritmo dell’ozio famigliare, e figurando, nella sua placida e metodica costanza, l’essenza intima di una domenica come tante.

In casa Cordarelli il chiacchiericcio usuale sciabordava dal salotto alla cucina, dove le donne di casa avevano squadernato l’impasto per le sagne all’uovo sul piano di marmo, e, copertolo con pezzette umide, lo lasciavano riposare già da una buon’ora, in attesa che prendesse la consistenza adatta.

In salotto, Michele e Flavio, cuginetti che si vedevano non di rado, brigavano perché la sorellina del primo non li importunasse mentre allestivano non so quale impresa avventurosa; e il nonno, mezzo assopito sulla sua poltrona, col telecomando in mano, prendeva vigore a folate, ogni dieci-quindici minuti, per sgridar ora l’uno ora l’altro nipote che facevano più baccano del dovuto.

Gli uomini parlottavano delle elezioni che di lì a poco avrebbero potuto sturbinare gli equilibri sociali e politici del belpaese, e amavano poi divagare sulla giornata di campionato di calcio che stava per entrare nel vivo. Del tutto atteso, Antonio rincasò, tra l’approvazione generale, un poco bagnato e con le mani impegnate: portava le damigiane di vino novello riempite di fresco al circolo Reduci.

In cucina i preparativi erano pressoché terminati, e il sano appetito che in famiglia Cordarelli stava montando avrebbe presto trovato soddisfazione.

La pioggia sottile e riposante continuava a trapuntare le strade di Terni, dove ormai anche i rari negozi che aprivano la domenica, come la pasticceria Bonalumi, avevano tirato giù la saracinesca.

Elide, sedicenne ormai completamente fiorita, apparecchiava la tavola muovendosi leggera come una piumetta… aveva dipinta sul viso un’espressione trasognata che, chiunque abbia mai avuto quell’età, non faticherebbe a riconoscere.






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